Anno: XXVIII - Numero 195    
Mercoledì 14 Ottobre 2026 ore 13:30
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Stabilicum, la battaglia per il controllo del voto

Opposizioni e costituzionalisti contestano premio di maggioranza, preferenze e regole sulle liste. Ora la parola ai giudici.

Stabilicum, la battaglia per il controllo del voto

Una legge elettorale non può diventare il salvacondotto di chi governa, né il dispositivo con cui una maggioranza si costruisce regole più convenienti per conservare il potere. È questo il rischio politico che accompagna lo Stabilicum e che ora arriva davanti ai giudici. Lunedì opposizioni, costituzionalisti e comitati civici annunceranno i ricorsi destinati a contestare la legittimità della nuova legge elettorale. La partita non è una schermaglia parlamentare: riguarda chi decide, quanto vale il voto e quale Parlamento uscirà dalle urne.

Perché il punto è semplice, e nessuna propaganda può cancellarlo: la maggioranza ha il diritto di governare, non quello di piegare le regole elettorali alle proprie convenienze. La governabilità è un obiettivo legittimo, ma non può diventare la parola magica con cui giustificare qualsiasi premio, ridurre la libertà di scelta degli elettori o blindare il potere delle segreterie nella selezione dei parlamentari.

Una democrazia non si misura soltanto dalla possibilità di votare. Si misura anche dalla libertà di scegliere i propri rappresentanti, dall’effettiva competizione tra le forze politiche e dalla proporzione tra il consenso raccolto e il potere conquistato. Se questi equilibri vengono alterati, il problema non è chi vincerà le prossime elezioni. Il problema è se le regole della competizione siano davvero all’altezza dei principi costituzionali.

Lunedì, alle 13, nella sala stampa della Camera, Simona Bonafè per il Pd, Maria Elena Boschi per Italia Viva, Riccardo Magi per +Europa, Alessandra Maiorino per il Movimento 5 Stelle e Filiberto Zaratti per Avs presenteranno l’iniziativa insieme ai rappresentanti dei comitati e a giuristi e avvocati. I ricorsi, secondo quanto annunciato, saranno promossi in una trentina di distretti di Corte d’appello, con l’obiettivo di sottoporre ai giudici diversi profili della riforma.

Non è ancora una sentenza di condanna dello Stabilicum. Saranno i tribunali eventualmente investiti delle controversie a valutare se ricorrano le condizioni per sollevare questioni di legittimità costituzionale; soltanto successivamente la Corte costituzionale potrà pronunciarsi sulle questioni che le saranno sottoposte. Ma il fatto stesso che si apra un contenzioso di questa portata impone alla maggioranza di rispondere nel merito, senza liquidare ogni obiezione come un espediente dell’opposizione.

Sotto esame ci sono il ricorso parziale alle preferenze, il numero di firme richiesto per presentare le liste, le garanzie sulla parità di genere, il meccanismo del premio di maggioranza e la nuova circoscrizione Estero al Senato, con il collegio unico “Mondo”. Questioni diverse, unite da una domanda decisiva: la ricerca di un governo stabile può giustificare regole che rischiano di comprimere la rappresentanza e la libertà di scelta?

È soprattutto sul premio di maggioranza che si concentra lo scontro. La stabilità non è un assegno in bianco. Un sistema elettorale può perseguire l’obiettivo di rendere più agevole la formazione di un governo, ma deve farlo rispettando ragionevolezza, uguaglianza del voto e adeguata rappresentanza delle minoranze. Non basta invocare la governabilità per trasformare una vittoria elettorale in un potere parlamentare sproporzionato rispetto al consenso ottenuto.

C’è poi il tema delle preferenze. Quando gli elettori non possono scegliere pienamente i propri rappresentanti, cresce il peso delle segreterie nella formazione delle liste e nella selezione degli eletti. I partiti hanno il diritto di organizzarsi e decidere le candidature, ma il Parlamento non può diventare il risultato esclusivo delle decisioni prese nei palazzi. Il rapporto tra cittadini ed eletti non è un dettaglio tecnico: è il cuore della rappresentanza.

Anche le soglie di accesso alla competizione meritano un esame rigoroso. Requisiti eccessivamente onerosi per la presentazione delle liste possono ostacolare le formazioni minori e restringere il pluralismo. Le regole devono impedire abusi, non trasformarsi in barriere che favoriscano chi è già dentro il sistema. Lo stesso vale per la parità di genere: occorre verificare se le disposizioni siano concretamente adeguate a garantire condizioni effettive di partecipazione.

La maggioranza rivendica il diritto di approvare la propria riforma. È un diritto indiscutibile. Ma non può pretendere che il voto parlamentare chiuda ogni discussione sulla costituzionalità delle norme approvate. Il controllo della Consulta esiste proprio per questo: ricordare che nessuna maggioranza, per quanto legittimata dalle urne, è al di sopra della Costituzione.

I promotori puntano a depositare i ricorsi dopo l’entrata in vigore della legge e ipotizzano una possibile pronuncia della Consulta a partire da febbraio. Si tratta, però, di una previsione legata ai passaggi processuali e ai tempi effettivi dei procedimenti, non di una scadenza garantita. Saranno i giudici a stabilire se e quali questioni meritino di arrivare davanti alla Corte.

Il punto politico resta. Le regole elettorali non dovrebbero essere scritte pensando a chi le approva, ma a tutti coloro che dovranno subirne gli effetti, vincitori e sconfitti. Non possono diventare una cassaforte costruita per proteggere chi detiene temporaneamente il potere. Perché oggi governa una maggioranza, domani potrebbe governarne un’altra: le regole devono restare credibili anche quando cambiano i rapporti di forza.

La battaglia sulla legge elettorale non si risolverà con gli slogan, né con le accuse reciproche. Si risolverà nelle sedi istituzionali, sulla base delle norme e dei principi costituzionali. Ma una certezza deve valere per tutti: il Parlamento non è proprietà di chi vince, il voto non è una cambiale in bianco e la Costituzione non è un ostacolo da aggirare quando diventa scomoda.

 

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