L’Anm scende (di nuovo) in campo: «La Costituzione è ancora sotto attacco»
Il Comitato direttivo rinvia la decisione. Tango denuncia gli attacchi ai giudici e annuncia l’invito a Meloni al congresso.
“Commissione a difesa della costituzione” è un gruppo di lavoro nato in seno al Comitato direttivo centrale dell’Anm per fronteggiare il referendum costituzionale. Terminata quella stagione, sabato scorso il “parlamentino” si è chiesto se terminare o meno quella esperienza. Ne è nata una lunga e accesa discussione il cui esito è rimandato al prossimo Cdc. Ma quello che è emerso è che l’Anm, fatta qualche eccezione, non è affatto intenzionata a gettare le armi. «La Costituzione è ancora in pericolo, come la nostra autonomia e indipendenza, ergo dobbiamo rimanere vigili» è il ragionamento prevalente.
In gioco c’è molto: a partire dagli attacchi subìti dal gip di Torino per aver scarcerato un commerciante bengalese che ha palpato i seni di una minorenne. «Fermatevi, prima che sia troppo tardi!» è l’appello lanciato dal presidente Giuseppe Tango a tutta la politica, da destra a sinistra: «Ve lo diciamo perché crediamo nel valore del confronto, nell’importanza del dialogo con le istituzioni. Noi siamo pronti a fare la nostra parte, per questo inviteremo la presidente del Consiglio al congresso, perché è giusto parlarsi nel rispetto reciproco». Per questo, tra l’altro, è stata approvata, emendata, la proposta di Unicost per «portare all’attenzione delle sedi istituzionali competenti, nazionali ed europee, la gravità del fenomeno descritto, sollecitando iniziative di contrasto alla campagna di sistematica delegittimazione dei magistrati».
Ma c’è ben altro sul tavolo: c’è l’osmosi con la società civile, uscire dai palazzi di giustizia e fare politica, qualsiasi cosa significhi. «Siamo andati in strada, siamo andati in piazza, ci siamo seduti persino per terra a parlare con le persone» in vista del 22 e 23 marzo ha ricordato Andrea Vacca (Area) e adesso «portiamo la Commissione nella società civile» ad esempio «parlando di ambiente a Taranto». Ancora più esplicito Antonio Diella (Area): «Se continuiamo che noi ce la cantiamo e noi ce la suoniamo, non abbiamo sostanzialmente imparato niente dall’esperienza referendaria. I cittadini dovrebbero confrontarsi col dato costituzionale, nell’applicazione concreta che ne fa la giurisdizione».
Pronto a scendere in campo l’ex presidente Anm, Cesare Parodi (Mi): «La situazione non è affatto finita. Non ci saranno a breve dei nuovi referendum sulla giustizia, ma ci sono stati degli attacchi potenti, insidiosi all’autonomia e all’indipendenza della magistratura, non in chiave direttamente costituzionale, ma con delle leggi che mirano a svuotarne il contenuto come la legge sulla responsabilità civile dei magistrati». Dal fronte opposto si è detta d’accordo Rachele Monfredi (Md): «Vinto il referendum, noi non abbiamo risolto i problemi. Possiamo illuderci di essere al riparo, tuttavia con le leggi ordinarie, ma vi dico di più pure con le circolari del Csm, si può arrivare a molto peggio».
Qualche perplessità dal vice presidente Anm Marcello De Chiara (Unicost): «“Difesa della Costituzione” può diventare una mission dai confini non ben definiti perché nella Costituzione è scritto tutto quindi significherebbe dire a questa Commissione di occuparsi di qualunque tematica e li avrei un po’ più di difficoltà a sostenere questo progetto». Nettamente contrario Andrea Reale, del gruppo dei CentoUno: «La Costituzione non si deve salvare, non si deve difendere e non si deve necessariamente conservare. Si rispetta. Noi, come magistrati, abbiamo questo dovere: semplicemente di essere soggetti alla legge, anche quella costituzionale». Per Reale poi «non è accettabile che, una volta terminata l’esperienza del Comitato Giusto Dire NO, oggi si riprende invece con “Officina Costituzione”, a cui partecipano anche alcuni magistrati a Napoli e parlano anche della legge elettorale».
Critico anche Gerardo Giuliano (Mi): «I magistrati, nell’esercizio delle loro funzioni, quotidianamente difendono la Costituzione. Nella misura in cui ritengono che determinati provvedimenti legislativi siano o meno conformi ad essa lo sottopongono al vaglio della Costituzione», ma soprattutto «la giustizia non deve rincorrere il consenso. Se l’attività associativa ha come obiettivo quello di rincorrere il consenso diventa attività politica in senso puro, e questa è una linea rossa che l’associazione non deve superare». Ha replicato Stefano Celli (Md): «Qui nessuno ha detto che dobbiamo fare attività politica, che è un po’ poi l’argomento che da Berlusconi in poi ci addebitano. Ma vogliamo contribuire allo sviluppo della Repubblica come cittadini che in particolare hanno una competenza specifica e una vita culturale e le mettono a disposizione degli altri».
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