Anno: XXVIII - Numero 171    
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Schlein, la proroga si paga in seggi

Per restare segretaria, Elly deve trattare con le correnti: sulle liste rischia di perdere il potere assoluto.

Schlein, la proroga si paga in seggi

Altro che semplice proroga. Nel Pd sta andando in scena una resa dei conti travestita da soluzione statutaria. Elly Schlein vuole evitare che il congresso le arrivi addosso proprio alla vigilia della partita elettorale. I capicorrente, però, hanno capito che questa è l’occasione per presentarle il conto.

E il conto, in politica, si paga con le candidature.

La scadenza del mandato è ormai dietro l’angolo. L’ipotesi sul tavolo è un’assemblea nazionale in ottobre per consentire alla segretaria di prolungare la permanenza al Nazareno. Ma il prolungamento non sarebbe indolore: secondo le ricostruzioni di queste ore, dentro il Pd prende corpo l’idea di un direttorio sulle candidature, cioè di una cabina di regia dei capi delle principali correnti chiamata a condividere con la segretaria le scelte sulle liste.

È qui che la faccenda diventa esplosiva.

Perché un segretario può anche restare in carica. Ma se deve chiedere il permesso alle correnti per decidere chi entra e chi resta fuori dal Parlamento, il potere reale cambia padrone.

Schlein rischia dunque di ottenere la proroga perdendo contemporaneamente una parte della propria sovranità politica.

Una specie di contratto capestro: resti segretaria, ma non comandi più da sola.

E il problema non è soltanto temporale. Sei mesi sono una cosa, un anno è un’altra. Arrivare fino alla vigilia delle elezioni significherebbe trasformare una soluzione transitoria in una vera estensione della leadership. Non più una toppa allo statuto, dunque, ma una scelta politica destinata a pesare sulla prossima legislatura.

Il Pd, del resto, conosce bene la forza delle proprie regole interne. La segreteria di Schlein nasce dal congresso del 2023, quando l’esito delle primarie aperte ribaltò quello dei congressi degli iscritti e la proclamazione arrivò nell’Assemblea nazionale del 12 marzo.

Adesso il partito si trova davanti al problema opposto: come evitare un nuovo congresso senza dare l’impressione di volerlo evitare?

La risposta potrebbe essere l’Assemblea. Ma l’Assemblea non è un notaio che ratifica automaticamente ciò che decide la segretaria.

È una platea politica. E dentro quella platea siedono dirigenti, parlamentari e correnti che hanno una domanda molto concreta da rivolgere a Schlein: se ti proroghi, cosa ci dai in cambio?

La risposta, secondo le indiscrezioni, è proprio nelle liste.

Ed è una risposta tutt’altro che secondaria.

Chi controlla le candidature controlla una parte enorme del partito. Decide chi può tornare in Parlamento, chi può essere promosso, chi può essere escluso. Stabilisce gli equilibri della futura classe dirigente. Per questo la battaglia sulle liste è spesso più feroce di quella sui documenti congressuali.

E qui arriva l’altra mina vagante: le primarie di coalizione.

Chi ha stabilito che il Pd debba presentarsi con Schlein come unica candidata? Il problema non è teorico. Se davvero si arrivasse a primarie di coalizione, potrebbero emergere altre candidature. E tra i nomi che circolano torna quello di Giorgio Gori, figura che già in passato ha rappresentato un’area del Pd distante dalla linea della segretaria.

Per Schlein sarebbe un incubo politico.

Perché una cosa è guidare il Pd. Un’altra è pretendere di essere automaticamente la candidata alla guida dell’intera coalizione.

La segreteria non è una candidatura a Palazzo Chigi.

Ed è proprio su questo crinale che può riaprirsi la guerra interna.

Schlein sta cercando consenso nei territori e sostegni politici. Ma gli applausi nelle feste dell’Unità non bastano quando bisogna contare i voti in Assemblea. E soprattutto non bastano quando i dirigenti che siedono intorno al tavolo sanno che il momento della trattativa è arrivato.

Il paradosso è clamoroso.

La segretaria che voleva cambiare il Pd rischia di essere costretta a negoziare con il vecchio apparato proprio per poter restare al comando.

Le correnti che sembravano destinate al museo della politica interna tornano invece protagoniste. Non hanno bisogno di sfidarla apertamente. Gli basta farle capire che senza il loro consenso la proroga può diventare una salita ripidissima.

E allora la domanda non è più se Schlein resterà.

La domanda è: quanto della Schlein segretaria resterà dopo la proroga?

Perché se dovrà consegnare ai capicorrente il controllo condiviso delle candidature, il Nazareno potrà anche continuare a chiamarla segretaria.

Ma il potere sarà un’altra cosa.

E il Pd, ancora una volta, rischia di dimostrare che dietro la parola «democratico» c’è una vecchia, durissima lotta per il controllo delle poltrone.

La proroga si vota in Assemblea. Il prezzo, però, si paga in seggi.

 

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