Caso Ranucci, Lavitola resta in carcere.
Il tribunale del Riesame di Roma ha respinto le istanze delle difese: avevano chiesto per il loro assistito i domiciliari in una casa in Basilicata. Si indaga su 'buchi' in chat tra l’ex editore e il giornalista.
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Il tribunale del Riesame di Roma, respingendo le istanze delle difese, ha confermato la misura cautelare in carcere per l’ex editore, mandante reo confesso dell’attentato davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci. I giudici hanno confermato anche l’aggravante del metodo mafioso.
Lavitola, nel corso dell’udienza di lunedì scorso, ha reso dichiarazioni spontanee, affermando che con Ranucci “c’era un grande rapporto di amicizia e speravo che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura con un riscatto sociale per me”. Lavitola si è nuovamente assunto “tutte le responsabilità” come mandante dell’attentato, spiegando che “l’idea della bomba” è stata di Clesio Gomes Tavares, al quale aveva dato “un mandato in bianco, specificando che non doveva fare male a nessuno”.
Nella loro istanza i difensori di Lavitola, gli avvocati Sergio e Arturo Cola, avevano chiesto per il loro assistito i domiciliari in una casa in Basilicata. Richiesta respinta dal Riesame.
Nel frattempo, le indagini della procura di Roma si concentrano sui presunti ‘buchi’ nelle comunicazioni tra Lavitola e Ranucci. In particolare accertamenti verranno svolti dai carabinieri del nucleo investigativo di Roma e Frascati sui ‘salti’ temporali nelle chat fra i due sia prima che dopo l’esplosione dell’ordigno rudimentale. Parallelamente i pm, coordinati dal procuratore Francesco Lo Voi, stanno svolgendo indagini sul fronte finanziario che riguarda gli affari di Lavitola, anche sul versante del carbon credit in Africa.
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