Sinistra stabilmente divisa.
Gli oltre centotrenta anni di vita della sinistra italiana hanno visto qualcosa come 25/30 scissioni, di tutti i tipi e le dimensioni. A leggere le cronache di allora pare di stare in un’assemblea del Campo Largo, in una costante perdita del senso di chi sia il vero avversario
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Sarà per la tensione ideale, in fondo ogni socialista, comunista o democratico, come si dice adesso, è nato rivoluzionario, e a vent’anni ha sognato di cambiare il mondo. Sarà per la sete di giustizia che l’idea stessa di sinistra si porta dentro, come un marchio d’origine. Sarà che la giustizia democratica al contrario di quella dei preti è di questo mondo, e quindi va realizzata qui, e se possibile ora, e che la giustizia si fa più fatica a barattarla rispetto agli interessi, un po’ io e un po’ te. Sarà per tutto questo che la storia della sinistra italiana (e, a consolazione dei compagni di casa nostra, anche di quella europea) è costellata di divisioni e segnala da sempre una difficoltà a stare insieme per un lungo periodo, difficoltà che nel giorno in cui la premier Giorgia Meloni festeggia il record di durata del suo governo risalta ancora di più. Una tendenza più che centenaria, per rimanere in tema diremmo “stabile”, che un po’ consola (non è colpa di questi dirigenti) un po’ interroga (ce la faremo finalmente a metterci d’accordo?) un po’ sconforta (se non sono riusciti a trovare una sintesi Filippo Turati e Antonio Gramsci dall’alto della loro sapienza, come potranno farlo Giuseppe Conte, Elly Schlein e Nicola Fratoianni?).
Gli oltre centotrenta anni di vita della sinistra italiana (il Psi, primo partito organizzato di una certa consistenza nasce a Genova nel 1892) hanno visto qualcosa come 25/30 scissioni, e al conto mancano i vent’anni i cui non essendoci stata la democrazia non c’erano i partiti e per sfortuna non era possibile scindersi.
Scissioni di tutti i tipi e le dimensioni. Quelle “storiche” come il 1921 a Livorno, nel 1947 Palazzo Barberini o quelle seguite alla caduta del Muro e alle trasformazioni del Partito comunista, a cui se ne aggiungono decine di altre non meno importanti, la maggior parte delle quali da far risalire a ragioni di intransigenza programmatica più che a mere questioni di gestione del potere come accade sovente ad altre latitudini.
Intendiamoci, tutti i partiti e le aree politiche nel corso del tempo hanno dato vita a scissioni, e basta ricordare quanto accaduto dopo il 1992 con la fine della Democrazia Cristiana, ma il centro e il centrodestra hanno sempre mostrato nel tempo una maggiore tendenza alla coesione, forse derivante da una più spiccata tendenza al pragmatismo o al compromesso, che in certi casi sono due facce della stessa medaglia. Non sempre per un politico avere lo sguardo ben fisso alla terra più che al cielo è un difetto. Nei cinquant’anni in cui visse la Dc, tanto per rendere un’idea, la sinistra nel suo complesso ha vissuto una quindicina di separazioni interne, da quella citata di Palazzo Barberini del 1947 a quella del 1964 tra Psi e Psup, alle turbolenze del Manifesto che iniziano nel 1969, a Bertinotti nel 1991. Solo per restare alle principali, e non perdersi nelle mille sigle PdUp, Dp e affini.
C’è da dire che il dibattito interno a sinistra è stato vivace fin dagli inizi, e nei congressi non sono mai mancati i momenti di conflitto, a volte anche spettacolari (al contrario delle assemblee democristiane, dove, forse perché si svolgevano sempre sotto un crocefisso appeso dietro al palco degli oratori, i veleni e le coltellate venivano spartiti in forma meno evidente). La carrellata inizia al teatro San Marco di Livorno dove il 19 gennaio 1921 Nicola Bombacci tira fuori di tasca addirittura una rivoltella per minacciare un delegato avversario, Vincenzo Vacirca; prosegue negli altri congressi socialisti degli anni Venti, continua a Palazzo Barberini nel 1947 in giorni di confronto senza respiro che i partecipanti descrissero come durissimo, al limite dello scontro fisico, si chiude con i congressi e la manifestazioni di metà anni Settanta, quando il faccia a faccia tra il Pci e la Nuova sinistra produce scontri di piazza e manifestazioni violente, con polizia e carabinieri a cercare di riportare ordine. Giorni di tensione altissima, al cui confronto le lacrime di Occhetto alla Bolognina nel novembre del 1989 fanno quasi tenerezza.
Ma la cosa che più colpisce di tutte queste divisioni, oltre alla loro frequenza, è la costanza nei motivi di fondo che le genera. A leggere le cronache di cento anni fa pare di stare in un’assemblea del Campo Largo. Nel 1912/15 ci si divide su quale atteggiamento tenere di fronte alla guerra di Libia e a quella contro gli Imperi centrali e davvero pare di assistere al festival di mozioni pro o contro l’Ucraina; nel tempo ci si divide quasi sempre su quanto mantenere la propria purezza ideologica oppure accettare i compromessi che i governi di coalizione richiedono (l’alternativa riformismo/rivoluzione ai tempi di Turati/Gramsci era proprio quella), sulla quota di riformismo praticabile, su quanto liberalismo in economia sia accettabile, ci si divide sulla collocazione internazionale, e spesso c’è stata di mezzo Mosca in versione sovietica o putiniana, su quanto essere vicini o lontani dall’America.
Un eterno valzer con la stessa musica di sottofondo, ritorno dell’uguale, con la solita costante: ognuno pensa di avere sempre ragione e il primo nemico è al tuo fianco. Una tendenza che spesso, e anche questa è un dejà vù, ha fatto perdere il senso di chi sia il vero avversario: se si vanno a leggere i giornali (come l’Avanti) che riportano le cronache del citato congresso di Livorno del 1921 – attenzione: parliamo del 1921 – nei discorsi dei leader politici e dei delegati di tutte le fazioni in lotta non è mai citata una volta, dicasi mai, la parola “fascismo” o Benito Mussolini.
di Pierfrancesco De Robertis su Huffpost
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