Anno: XXVIII - Numero 165    
Mercoledì 2 Settembre 2026 ore 13:30
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Conte sfida Schlein: il Pd non può prendere tutto.

Mentre il centrosinistra cerca ancora programma e candidato.

Conte sfida Schlein: il Pd non può prendere tutto.

Il centrosinistra non ha ancora un programma comune, non ha scelto il proprio candidato alla guida della coalizione e non ha neppure definito con certezza il percorso che dovrebbe portarlo alle prossime elezioni politiche. Eppure, proprio mentre la costruzione dell’alternativa al governo Meloni resta incompiuta, il dibattito sulle primarie è già diventato il primo vero terreno di scontro tra Elly Schlein e Giuseppe Conte.

Non è una questione secondaria né semplicemente procedurale. Dietro la disputa sui gazebo si nasconde una battaglia molto più importante: chi dovrà comandare nel campo largo e, soprattutto, con quale legittimazione.

Schlein, almeno pubblicamente, preferisce rinviare la discussione. La priorità, ripete ai suoi, è attaccare il governo sul terreno economico e costruire una contromanovra insieme agli alleati. L’obiettivo è mostrare agli elettori un’opposizione capace di presentarsi come forza di governo, prima ancora di aprire la partita delle leadership.

Ma la segretaria del Pd ha una road map. E in quella road map le primarie occupano un posto centrale. Per Schlein sarebbero addirittura «inevitabili», purché non si svolgano troppo presto. Una consultazione anticipata rischierebbe infatti di produrre settimane, se non mesi, di polemiche interne, con il pericolo che le ferite della competizione arrivino intatte fino alla campagna elettorale. Meglio, dunque, scegliere il candidato quasi a ridosso del voto, quando la necessità di affrontare l’avversario comune potrebbe costringere tutti a serrare le fila.

Il problema è che nel Partito democratico l’entusiasmo per le primarie sembra tutt’altro che travolgente. Una parte significativa della classe dirigente dem, compresi esponenti che hanno sostenuto Schlein, guarda con freddezza alla prospettiva di una nuova conta popolare. Roberto Speranza, Andrea Orlando, Eugenio Giani, Michele De Pascale e Stefano Bonaccini rappresentano sensibilità diverse, ma condividono dubbi che non possono essere liquidati come semplici manovre di corrente.

Il ragionamento degli scettici è facilmente comprensibile: perché organizzare una competizione potenzialmente devastante prima ancora di sapere con precisione quali saranno le regole del gioco? Molto dipenderà infatti anche dalla legge elettorale. Se la riforma dovesse introdurre meccanismi che rendono necessaria una forte personalizzazione della guida della coalizione, le primarie potrebbero assumere un significato preciso. Se invece il sistema dovesse rimanere sostanzialmente invariato, la scelta del candidato premier potrebbe tornare ad essere soprattutto una questione di rapporti di forza tra i partiti.

Ed è qui che entra in scena Giuseppe Conte.

Il leader del Movimento 5 Stelle non vuole accettare l’idea che il candidato alla presidenza del Consiglio sia automaticamente il capo del partito più forte della coalizione. Per Conte, questa regola può funzionare nel centrodestra perché quella coalizione l’ha sperimentata e consolidata nel corso degli anni. Applicarla meccanicamente al campo largo, invece, significherebbe trasformare tutti gli altri alleati in semplici comprimari del Pd.

La sua formula è politicamente molto efficace: «Il partito più forte non può prendere tutto». Dietro queste parole c’è un messaggio chiarissimo indirizzato a Schlein. Il Movimento 5 Stelle non accetterà di essere degradato a «cespuglio» e pretende che la scelta della leadership sia il risultato di una competizione aperta.

Conte sostiene di essersi quasi «rassegnato» alle primarie, lasciando intendere che non erano necessariamente la sua prima soluzione. Ma oggi i gazebo gli servono eccome. Servono soprattutto a impedire che il Pd trasformi la propria superiorità elettorale in un diritto di prelazione sull’intera coalizione.

Ecco perché l’ex presidente del Consiglio sfida apertamente gli alleati: se non vogliono le primarie, lo dicano chiaramente. Una richiesta di trasparenza che ha anche il sapore di una provocazione. Perché Conte sa perfettamente che una parte consistente del Pd non vuole affatto quella competizione e che, proprio per questo, la questione può diventare un problema politico per Schlein.

La segretaria dem, dal canto suo, ha buone ragioni per non temere i gazebo. Una vittoria alle primarie rafforzerebbe enormemente la sua posizione personale e le consentirebbe di superare, almeno sul piano della legittimazione popolare, le resistenze interne al suo partito. Schlein potrebbe arrivare alle elezioni anche da segretaria con un mandato formalmente in scadenza, ma una consacrazione come candidata premier cambierebbe completamente i rapporti di forza, compresa la delicatissima partita delle candidature.

Il paradosso è che le primarie sembrano convenire contemporaneamente a Schlein e a Conte, ma per ragioni opposte. La prima le considera uno strumento per blindare la propria leadership; il secondo uno strumento per impedire che la leadership venga semplicemente assegnata al Pd.

In mezzo, però, resta il problema fondamentale del campo largo: si discute molto di chi dovrà guidare la coalizione e troppo poco, almeno per ora, di che cosa quella coalizione intenda realmente fare.

Conte promette di presentare il programma pentastellato nella kermesse di Milano del 19 e 20 settembre. Il Pd lavora invece alla contromanovra insieme agli alleati. Ma la costruzione di un programma comune richiederà ben altro che la semplice sovrapposizione di proposte diverse. Politica estera, giustizia, lavoro, fisco, energia, immigrazione e rapporti con l’Europa sono dossier sui quali le differenze all’interno dell’opposizione restano profonde.

Ed è proprio qui che si misura la fragilità dell’intera operazione. Un candidato scelto dalle primarie non risolve automaticamente il problema di una coalizione divisa. Anzi, una competizione particolarmente aspra potrebbe aggravarlo.

Il rischio evocato dagli avversari dei gazebo non è teorico. Se Conte dovesse battere Schlein, tutti gli elettori democratici seguirebbero disciplinatamente il leader del Movimento 5 Stelle? E, al contrario, gli elettori pentastellati si mobiliterebbero con lo stesso entusiasmo per sostenere una Schlein vincitrice delle primarie?

È la domanda che nessuno, nel campo largo, può permettersi di ignorare. Perché le primarie possono certamente produrre partecipazione e legittimazione, ma possono anche trasformarsi in una guerra fratricida, lasciando dietro di sé rancori e delusioni difficili da cancellare.

Schlein e Conte, dunque, stanno combattendo una battaglia sul metodo che nasconde una battaglia sulla sostanza. La segretaria del Pd vuole evitare che il partito più forte venga messo sullo stesso piano degli alleati più piccoli. Il leader del M5S vuole invece impedire che la forza elettorale del Pd si trasformi nel diritto di comandare l’intera coalizione.

«Il partito più forte non può prendere tutto», dice Conte. Ed è una frase destinata a pesare nei prossimi mesi. Perché il vero nodo del centrosinistra non è soltanto scegliere un candidato. È decidere se il campo largo debba essere una coalizione guidata dal Pd oppure un’alleanza di forze realmente paritarie.

Prima ancora di sfidare Giorgia Meloni, Schlein e Conte dovranno quindi risolvere un problema molto più vicino e molto più insidioso: convincere gli alleati a fidarsi gli uni degli altri. E, soprattutto, convincere gli elettori che quella che oggi appare come una somma di opposizioni possa davvero diventare un’alternativa di governo.

 

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