Anno: XXVIII - Numero 162    
Venerdì 28 Agosto 2026 ore 13:30
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Adesso la redazione di Report apparecchia il dopo Ranucci

Il piano degli inviati nella lettera inviata a Corsini: niente esterni, niente più personalismo e ritorno al rigore dell’epoca Gabanelli. «Ma non è una sfiducia»

Adesso la redazione di Report apparecchia il dopo Ranucci

Dunque, non più l’uomo solo al comando, ma una conduzione corale, con un ritorno alle grandi inchieste, mettendo da parte la personalizzazione e l’eccessiva politicizzazione del programma a favore del vero giornalismo investigativo. È il senso della lettera spedita dagli inviati della trasmissione al direttore dell’Approfondimento Rai Paolo Corsini, dopo che l’azienda ha comunicato l’imminente sospensione del conduttore. Un documento che nasce, peraltro, dalla richiesta dello stesso Corsini di confrontarsi con la redazione sul futuro della trasmissione.

Non è una sfiducia a Sigfrido Ranucci, tiene a sottolineare la redazione in maniera decisa: guai a definirlo un tradimento. Ma è lo stesso Sigfrido Ranucci, lamentandosene con il Fatto quotidiano, a definirlo tale, dichiarando di sentirsi «tradito dai colleghi con cui ha lavorato fianco a fianco per anni» e che ora stanno progettando un futuro senza di lui. D’altronde era stato lo stesso conduttore a dirlo: la squadra – che lo ha pubblicamente difeso in più occasioni – non deve salvare me, ma il programma. E così si sono mossi i suoi giornalisti. Ma la sua reazione tradisce un’equazione di fondo: nella visione di Ranucci, Report e la sua persona coincidono.

La tempistica non è irrilevante. La redazione non ha aperto il dibattito sul dopo-Ranucci quando la questione era ancora in discussione: lo ha fatto quando dall’azienda è arrivato il messaggio che il conduttore non sarebbe stato confermato e che si trattava ormai di ragionare sul futuro del programma. Per evitare qualsiasi «normalizzazione» o «commissariamento», dunque, meglio agire in prima persona, per difendere Report. La lettera, di cui il Dubbio può rendere conto, parte dunque dalla necessità di salvaguardare autonomia editoriale, indipendenza e integrità del programma, messe a dura prova non solo dalle ombre che si sono allungate a causa del rapporto tra il giornalista e l’affarista Valter Lavitola, presunto mandante del suo attentato, ma anche per gli attacchi politici che ne sono derivati.

Il progetto di «ristrutturazione» in cinque punti, sviluppato dai principali inviati del programma e condiviso con il resto della squadra, contiene una revisione profonda del modello costruito negli ultimi anni attorno alla figura di Ranucci: meno centralità del conduttore, dunque meno personalismo, per evitare che l’idea politica di chi si trova alla guida diventi la linea editoriale del programma, più controlli interni e un programma nuovamente concentrato sul giornalismo – e non sul populismo – investigativo.

È qui che emerge la critica, necessariamente indiretta ma piuttosto evidente, alla conduzione personale di Ranucci. Gli inviati propongono di superare quella che definiscono la «sovraesposizione di un singolo conduttore», perché il rischio è che il programma finisca per essere identificato «con la sua immagine e le sue opinioni personali». Così com’è stato per tutta l’era Ranucci. Discontinuità non significa però rinunciare alle inchieste sulla politica, ma sottrarre il programma alla sovrapposizione tra inchiesta e battaglia politica quotidiana e tornare a parlare dei grandi sistemi di potere economico e finanziario. Non è un caso se nella lettera, alla voce “rivendicazioni” dei successi del programma, viene citata la clamorosa inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena, risalente alla gestione targata Milena Gabanelli, realizzata da Paolo Mondani: mesi di lavoro, un tema di sistema, la capacità di ricostruire una vicenda economico-finanziaria che non si esaurisce nella cronaca del giorno. Sono quel modello e quel metodo che la redazione sembra voler recuperare.

Una discontinuità che serve a «salvare Report», in assenza di qualcuno che lo faccia al posto dei giornalisti, anche perché in un mondo ideale il direttore dovrebbe assumersi la responsabilità anche attraverso le proprie dimissioni. Proprio per questo il progetto di ristrutturazione investe anche la scelta di non ancorare il programma a un uomo immagine. Nessuna opposizione, trapela dalla redazione, qualora la Rai decidesse di lasciare Sigfrido al proprio posto. Ma la narrazione di una spaccatura tra ranucciani di ferro, pronti a fare le barricate per salvare il one man show, e “nemici di Sigfrido” non regge più. «Nessun collaborazionista», ma nemmeno un suicidio di massa, filtra con prepotenza da via Teulada. È Report il bene da salvare. E per farlo bisogna cambiare quasi tutto ciò che negli ultimi anni lo ha reso il “Report di Ranucci”.

Non a caso, tra le righe del documento torna il modello della trasmissione costruita intorno alle inchieste dei suoi giornalisti: Report è «innanzitutto un prodotto collettivo», costruito attraverso il lavoro autonomo di cronisti che sviluppano le proprie inchieste. Si tratta di una delle poche realtà italiane che consente a un giornalista di lavorare per mesi, persino anni, su un’inchiesta, raggiungendo un livello di «profondità e complessità piuttosto raro» nel contesto informativo italiano. Per questo la trasmissione viene definita «una delle risorse più importanti e preziose del servizio pubblico». E proprio per questo, secondo gli autori del piano, sarebbe pericoloso «fermare, normalizzare o limitare» il lavoro della redazione.

È il rischio che avvertono soprattutto a causa della pressione politica esercitata dalla destra di governo, che rappresenterebbe «un attacco ferale alla libertà di stampa garantita dalla nostra Costituzione». Il conduttore, nel corso degli anni, è diventato il volto pubblico della trasmissione, ma il programma resta la somma di «sensibilità, punti di vista e opinioni differenti». Che non necessariamente coincidono con quella di chi lo guida. Da qui la proposta di evitare che le decisioni editoriali siano concentrate nelle mani di un unico responsabile. Il progetto prevede infatti un gruppo autoriale di almeno quattro persone scelte all’interno della squadra – Paolo Mondani, Bernardo Iovene, Giorgio Mottola e Giulio Valesini sono i nomi indicati – chiamato a confrontarsi con inviati e redazione attraverso riunioni periodiche. Lo stesso principio viene applicato alla conduzione. La soluzione è una conduzione a più voci. Giulio Valesini per i primi due blocchi, Giorgio Mottola per quello centrale, poi una rotazione tra gli inviati per la parte finale. E soprattutto una presenza in studio ridotta: brevi lanci, destinati a introdurre le inchieste, senza trasformare il conduttore nel protagonista della puntata.

L’altro punto centrale della lettera riguarda i contenuti. Gli inviati sostengono che negli ultimi anni Report abbia progressivamente abbandonato il modello delle grandi puntate monografiche per una formula più frammentata, quasi da magazine. La proposta è di tornare alle inchieste lunghe, capaci di raccontare «storie di sistema innanzitutto in ambito economico-finanziario e politico» e gli «angoli bui e meno battuti dagli altri mezzi di informazione», con un blocco centrale dedicato a una sola grande investigazione. È il ritorno a un giornalismo che non vive necessariamente dell’ultima polemica politica. Con una ridefinizione dell’agenda: Report dovrebbe tornare a scegliere i propri temi, anziché inseguire continuamente l’attualità, per offrire agli spettatori «strumenti critici per interpretare la contemporaneità».

Alla difesa dell’autonomia gli inviati affiancano una promessa: più rigore. Tutte le inchieste dovrebbero essere sottoposte a un sistema di verifiche interne ancora più strutturato, forse per evitare il sospetto che un altro Lavitola possa avere un ruolo nella scrittura dei servizi. Dopo il vaglio del gruppo autoriale, un «red team» interno dovrebbe poter analizzare autonomamente le notizie contenute nei servizi, verificandone puntualmente la solidità. È una risposta importante a una delle accuse che accompagnano da tempo il giornalismo di Report: se si vuole rivendicare la massima libertà investigativa, bisogna accettare anche il massimo livello di controllo professionale. Libertà e rigore, non libertà senza limiti. Il punto è delicato perché la redazione non intende consegnare questo passaggio alla logica dello scontro politico: l’autonomia di Report va difesa tanto dalla pressione politica esterna quanto da quella interna. E se non si può ignorare che Ranucci abbia esercitato una libertà editoriale che resta uno degli elementi qualificanti del programma, dall’altra, la libertà non può coincidere con l’assenza di contrappesi, né trasformarsi in arbitrio.

Ma cosa accadrebbe senza Ranucci? Il conduttore è diventato per una parte del pubblico inseparabile dalla trasmissione e una forte riduzione del suo ruolo comporta inevitabilmente un rischio sugli ascolti. Ma la squadra sembra accettare proprio questa scommessa: nel lungo periodo la forza del programma dovrebbe derivare più dall’autorevolezza delle sue inchieste che dalla forza televisiva di un singolo volto. Con un paletto politico-professionale preciso, indicato ieri all’azienda da una nota degli inviati: no «a qualsiasi ipotesi di conduttore e capoautore esterno alla guida di Report». All’interno della redazione, sostengono, ci sono già le professionalità necessarie per garantire la continuità del programma. Qualsiasi scelta diversa, aggiungono, sarebbe giudicata come ostile. Il dopo-Ranucci, per la redazione, non può diventare un dopo-Report. Ma il modello costruito intorno al giornalista va superato, per salvare quello che la redazione considera il suo elemento più importante: il giornalismo investigativo.

Di Simona Musco su Il Dubbio

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