Il “Dibba” malato, sfuma l’incubo del campo largo
Il ricovero in gravi condizioni riapre una partita politica che sembrava chiusa: il ritorno del “Dibba” poteva sottrarre voti a Conte e Schlein.
Alessandro Di Battista è ricoverato a Cuba in gravi condizioni. La notizia ha gelato il mondo politico italiano. L’ex deputato del Movimento 5 Stelle, che si trovava nell’isola per realizzare un reportage, è stato colpito da un malore dopo un forte mal di testa ed è stato ricoverato in ospedale. Le informazioni sulle sue condizioni restano ancora frammentarie, mentre il governo italiano segue la vicenda attraverso l’ambasciata e si è messo a disposizione per un eventuale rientro in Italia.
In un momento del genere, la politica dovrebbe soltanto fermarsi. Nessuna polemica, nessun calcolo elettorale può venire prima della salute di una persona. E infatti il Movimento 5 Stelle ha espresso pubblicamente la propria apprensione, mentre Antonio Tajani ha fatto sapere di essere in contatto con l’ambasciata italiana.
Ma c’è un’altra storia, inevitabilmente politica, che questa vicenda congela improvvisamente.
Perché Di Battista non era più soltanto l’ex parlamentare grillino delle piazze. Negli ultimi mesi era tornato a occupare uno spazio politico che sembrava definitivamente abbandonato. Con Schierarsi, l’associazione da lui fondata, aveva ripreso a costruire una rete sul territorio e aveva lasciato intendere che l’ipotesi di presentarsi alle elezioni politiche del 2027 non fosse più soltanto una provocazione.
E proprio questo scenario aveva cominciato a preoccupare il campo largo.
Il problema per Giuseppe Conte ed Elly Schlein non era necessariamente la capacità di Di Battista di vincere. Era la sua capacità di rompere gli equilibri. Un Di Battista candidato fuori dai due poli avrebbe potuto intercettare una parte dell’elettorato grillino più radicale, una quota della sinistra antagonista e soprattutto quella fetta di elettori progressisti delusi dall’attuale centrosinistra.
Il paragone con Roberto Vannacci era stato evocato proprio per questo: non tanto un concorrente destinato a conquistare il potere, quanto un elemento capace di sottrarre voti decisivi al proprio schieramento di riferimento.
Di Battista, del resto, aveva costruito la propria identità politica sulla distanza dalle alleanze tradizionali. Aveva rotto con il Movimento quando il M5S aveva scelto la strada del governo Draghi e negli anni successivi aveva continuato a rivendicare un’autonomia tanto dalla destra quanto dalla sinistra.
Il suo eventuale ritorno in Parlamento avrebbe dunque rappresentato una mina vagante per il centrosinistra.
Conte avrebbe dovuto fare i conti con un ex compagno di strada capace di contestargli la trasformazione del Movimento. Schlein avrebbe dovuto affrontare un concorrente a sinistra, ma con un linguaggio diverso, più movimentista, anti-establishment e insofferente verso la logica delle coalizioni.
Ed è qui che la vicenda diventa politicamente paradossale.
Il campo largo non aveva bisogno di battere Di Battista. Aveva bisogno che Di Battista non si presentasse.
Per mesi, infatti, la sua possibile candidatura era stata osservata con crescente attenzione. A luglio l’ipotesi di una lista autonoma veniva già considerata uno dei possibili elementi di disturbo delle elezioni del 2027. L’idea era quella di costruire un soggetto distinto dai due poli, rivolgendosi anche agli elettori delusi dal centrosinistra e dal Movimento 5 Stelle.
Adesso tutto questo passa inevitabilmente in secondo piano.
La politica, davanti alla sofferenza di una persona, deve tacere.
Ma quando questa drammatica emergenza sarà alle spalle — ed è quello che tutti sperano — resterà una domanda: Di Battista tornerà davvero in campo?
Perché se tornerà, il problema per il campo largo non sarà semplicemente affrontare un altro candidato.
Sarà affrontare il ritorno di un pezzo della propria storia che non è mai stato completamente metabolizzato.
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