Che caduta di stile paragonarsi a Falcone: Ranucci freni l’ego
Parla Claudio Fava, giornalista ed ex parlamentare esponente storico della sinistra italiana: «Evocarlo è l’opposto della loro sobrietà». E sulla Rai avverte: «L’informazione è oggi molto compiacente con Meloni»
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«L’appello a scendere in piazza (accade oggi a Catania) per Sigfrido Ranucci, con maglietta e logo d’ordinanza in sua difesa, mi conferma sulla fragilità di un tempo, il nostro, che ha sempre fame di nuovi martiri e di nuovi idoli». Così ha scritto due giorni fa sul proprio profilo Facebook Claudio Fava, giornalista, scrittore, sceneggiatore ed ex membro del Parlamento europeo, a cui abbiamo chiesto di approfondire il pensiero. Sull’ex conduttore di Report ci dice che manca di sobrietà ed è incapace di sorvegliare il suo ego.
Onorevole Claudio Fava, cosa ha provato quando ha letto il post di Sigfrido Ranucci che ha accostato la sua vicenda a quella di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Piersanti Mattarella e Aldo Moro?
Fastidio, ma nessuno stupore. Evocare, ed avocare a sé, la storia di vittime illustri di mafia è un vizio diffuso. Che parte da una contraddizione: quelli sono morti; coloro che ne parlano, per fortuna, no. Qui non si tratta di dubitare dei valori civili che ciascuno di noi pensa di esprimere ma del fatto di volerli esprimere così. Di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino (uomini, e dunque fallaci come chiunque) ciò che resta inimitabile è anzitutto la misura della loro sobrietà. Chiamarli in causa per presunte somiglianze tra la nostra e la loro storia è l’opposto di quella sobrietà. Proporrei una moratoria: non citiamoli più, non santifichiamoli più, almeno fino a quando restituiremo piena verità sulle ragioni della loro morte.
Cosa manca per giungere alla verità?
La strage di via D’Amelio ha subito un depistaggio durato diciassette anni, con sette imputati innocenti condannati all’ergastolo. Il processo per quel depistaggio si è concluso con una sentenza di prescrizione. Eppure la mano di chi ha deviato le indagini è la stessa che ha accompagnato la mafia nell’organizzazione dell’attentato. Sono passati 34 anni ma chi sa, e non sono pochi anche nelle istituzioni, continua a tacere.
E cosa ha pensato invece quando sempre Ranucci ha evocato Giulio Regeni nel momento in cui in Rai gli hanno proposto l’ufficio di corrispondenza al Cairo (“Volevano mandarmi al Cairo, forse sperano che possa fare la fine di Regeni”)?
Un errore. Per due ragioni. Ranucci non correrebbe alcun rischio al Cairo senza scorta: le minacce – anche le peggiori, quelle targate Cosa nostra – nutrono il senso della territorialità (come racconta l’attentato al giudice Falcone). Sono stato a lungo parlamentare europeo, a Bruxelles la scorta non mi seguiva e io non me ne lagnavo (pur essendo scampato negli anni a tre diversi tentativi omicidiari da parte dei Santapaola e degli Ercolano: e lo dico con l’imbarazzo di chi non ha mai voluto parlarne). La seconda ragione è che la sede del Cairo, per un bravo giornalista (e Sigfrido Ranucci è un bravo giornalista) è un incarico prestigioso perché è uno dei tre uffici di corrispondenza Rai da cui oggi si racconta il Medio Oriente.
Secondo lei Ranucci oltre ad essere vittima dell’amicizia con Valter Lavitola, è vittima anche del suo ego?
L’ego è un prezzo che questi tempi, e certi mestieri, sollecitano. Vale per Ranucci, vale per me, vale per tanti. Diciamo che poi ciascuno cura e sorveglia il proprio ego come vuole e come può.
Da giornalista al suo posto cosa avrebbe fatto e cosa invece avrebbe evitato?
Nella mia esperienza, politica e giornalistica, mi è capitato di conoscere e perfino frequentare personaggi molto lontani da me e da una mia idea, forse un po’ bolsa, di valori. L’importante era la capacità di conservare, quando era necessario, un margine di distanza, anche umana. Dunque, non avrei evitato di incontrare Lavitola. Avrei evitato di diventarne amico.
Secondo lei Ranucci avrebbe dovuto fare un passo indietro rispetto alla conduzione e non arroccarsi in quella posizione?
Se un passo indietro significava ammettere una propria colpa nell’attentato commissionato da Lavitola, no. Se quel passo indietro poteva servire a preservare Report dal gorgo delle polemiche, sì.
A suo parere è del tutto sensato parlare di Tele Meloni nella scelta di due nuovi conduttori per Report?
Credo che l’informazione della Rai sia oggi molto compiacente e molto generosa nei confronti di Giorgia Meloni e della sua maggioranza: non diversamente da quanto è accaduto in passato con leader e maggioranze di segno opposto. Ciò che servirebbe, e che da anni si rimanda, è una riforma del servizio pubblico televisivo capace di garantire, anche negli strumenti di selezione della governance amministrativa e giornalistica, un’autonomia di fatto dalla politica. Ma probabilmente una Rai realmente neutrale fa paura a tutti: a chi oggi è al governo e a chi potrebbe andarci domani.
Sui due nuovi conduttori, credo che la redazione andasse consultata prima. Mi sembra però inappropriato parlare di “scelta filogovernativa” per i due conduttori indicarti per Report, che proprio da quella redazione arrivano. Trasformare un debito di esperienza in una disponibilità ad essere lottizzati dalla politica è una forzatura. Peraltro credo che la forza di Report in questi anni non siano stati (solo) i conduttori ma soprattutto una redazione che ha saputo interpretare il proprio mestiere con passione e autonomia. Se non ci fossero stati né l’una né l’altra, il migliore dei conduttori avrebbe gestito una brutta trasmissione.
Come giudica l’atteggiamento del Pd nei confronti di questa vicenda?
Prevedibile. La vicenda è diventata altro da sé, trasformandosi nel terreno anzitutto di una contesa politica. Detto ciò, mi sembra corretta, e condivisibile, la richiesta di molti (cittadini, non solo parlamentari) di rispettare l’autonomia di Report e di salvaguardarne l’agibilità giornalistica e la qualità professionale. Nell’interesse della Rai, anzitutto.
Ci sono indiscrezioni che vorrebbero Ranucci candidato con Avs. Come giudica questa ipotesi?
No comment.
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