«La legge si fa».
FdI apre agli azzurri sul fine vita (ma con riserva...)
«La legge sul fine vita la faremo. Anche perché solo noi possiamo farla: la sinistra non ci è mai riuscita…». Il meloniano Francesco Zaffini garantisce al telefono con Il Dubbio dopo le parole dell’azzurra Stefania Craxi, che lunedì scorso dalle pagine del Foglio ha rinnovato l’appello al Parlamento per fare una norma sul suicidio assistito.
I due devono essersi parlati a lungo negli ultimi mesi, per accorciare la distanza che separa Forza Italia e Fratelli d’Italia sull’argomento. Ma ora il presidente della decima commissione del Senato, che insieme a quella Giustizia lavora da quasi due anni al testo del centrodestra per portarlo in Aula, assicura di trovarsi in sintonia con le parole della capogruppo dei berlusconiani a Palazzo Madama: «Condivido ciò che ha scritto», dice. E di fatti quella intonata da Craxi suonava finalmente come una melodia adatta alle orecchie di FdI. Eppure c’è un «ma», che tra le parole di Zaffini non tarda ad arrivare. Come ci si poteva aspettare, dopo mesi in cui i dubbi dei meloniani non sono mai stati un mistero.
Nel partito c’è un’ala dura che di una legge non vuole neanche sentirne parlare. E pure le dichiarazioni giunte fin ora dalla premier Giorgia Meloni non sembrano deporre a favore di una norma, soprattutto in quest’ultimo scorcio di legislatura. Non che se ne parli mai apertamente, ma se chiedi dalle parti di FdI ti diranno che lo Stato deve preservare la vita, e così pure il Servizio sanitario nazionale, che deve restare orientato alla cura. Proprio qui si crea l’ingorgo, dal momento che i meloniani hanno imposto l’esclusione della sanità pubblica dai percorsi di suicidio assistito, e non c’è modo di sciogliere il nodo, che resta lì fisso sul tavolo.
La Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici nei mesi scorsi aveva già posto un tema di equità tra i pazienti. Le opposizioni parlano del rischio di “privatizzare” la morte. E la stessa Craxi torna sul tema nel suo intervento sul Foglio , rilanciando la proposta di mediazione contenuta nell’emendamento degli azzurri al testo firmato da Pierantonio Zanettin (FI) e Ignazio Zullo (FdI). La modifica in questione escluderebbe l’aiuto al suicidio assistito dai livelli essenziali di assistenza, LEA, affidando il percorso a un “medico ospedaliero o di medicina generale, su base volontaria e gratuita, nell’ambito dell’attività libero-professionale ovvero in regime di intramoenia”.
“Gli strumenti di eventuale supporto all’autosomministrazione devono essere reperiti dal Cnr”, si legge nella proposta di modifica. Sulla quale, però, Zaffini non potrebbe essere più netto: «È scritto in modo strampalato». Questo non vuol dire, per il senatore di FdI, che il medico di famiglia che abbia seguito il percorso di un paziente non possa offrirsi di sostenerlo nell’autosomministrazione del farmaco letale. «Ma non in quanto dipendente del Servizio Sanitario Nazionale», precisa. Lo stesso concetto ci è stato ribadito più volte anche dal relatore meloniano, Zullo, per il quale «le norme di questa nazione prevedono che il Servizio sanitario nazionale debba agire per la vita e la salute».
Il punto è che il «fine vita non è un diritto», ripete Zullo. Come fa anche Zaffini. E per la verità anche Forza Italia, che si limita a circoscrivere la non punibilità di chi agevola il suicidio assistito secondo i principi stabiliti dalla Consulta: che il paziente sia affetto da una patologia irreversibile, che sia in grado di autodeterminarsi, che reputi le proprie sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili, che dipenda da “trattamenti di sostegno vitali”.
Fin qui, dunque, tutti d’accordo. Fatta eccezione per chi, nel centrodestra, avrebbe sperato in un cambio di orientamento dei giudici costituzionali. E di chi parla apertamente di «omicidio», come fa l’ideologo di Vannacci Lorenzo Gasperini, per il quale «Forza Italia è un partito di sinistra e pro morte» (sul Foglio del 18 agosto). Tanto basterebbe a scorgere un problema politico nella coalizione, divisa tra la spinta verso l’area liberal e la “nuova destra”. Mentre resta la tentazione di fare una legge nazionale per fermare le Regioni – come la Toscana, la Sardegna e l’Emilia Romagna – che hanno cominciato a farsi le norme da sé. «Solo quelle di sinistra: è un pozzo avvelenato dalla retorica e dalla strumentalità della politica», dice Zaffini. Per il quale l’ostacolo è uno soltanto: riuscire garantire a tutti, anche a chi si trova completamente immobilizzato, uno strumento adatto all’autosomministrazione del farmaco. In modo da escludere del tutto la possibilità, ragiona il meloniano, che in Italia si possa mai parlare di eutanasia, e che a intervenire sia dunque un terzo soggetto.
Del punto si è parlato molto nelle ultime due audizioni extra che si sono tenute al Senato e che sono diventate un vero caso politico, dal momento che lo strumento in questione esiste e lo ha realizzato il Consiglio nazionale delle ricerche, ma il suo presidente Andrea Lenzi, al Senato, nega che il Cnr sia stato coinvolto. Come invece sostiene l’ingegnere del Cnr, pure audito a Palazzo Madama, che ha realizzato il dispositivo utilizzato per la prima volta lo scorso marzo da “Libera”, 55enne toscana affetta da sclerosi multipla, morta tramite suicidio assistito, che ha avuto accesso alla procedura grazie a un puntatore oculare collegato a una pompa infusionale.
Lo strumento è stato messo a punto dal Cnr su ordine del Tribunale di Firenze dopo la sentenza 132/2025 della Consulta, come si può evincere dalle carte che Il Dubbio ha avuto modo di visionare. Ma per Zaffini è proprio da qui che bisognerà ripartire, per «sciogliere il nodo della Toscana» e continuare i lavori: l’appuntamento è dopo l’8 settembre in commissione.
Francesca Spasiano su Il Dubbio
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