In cella per le accuse di Report, poi assolto.
E Ranucci insorge Il caso di Maurizio Sacchi, che con la Dpi vendeva “diamanti da investimento”, indagato a Milano sulla base di una svista del programma di Rai Tre
Sarebbe assurdo star dietro alle voci che danno Sigfrido Ranucci per correo. Sciocchezze. Insinuazioni manipolatorie. Utili a prevenire l’onda che si scatenerebbe per un licenziamento del conduttore di Report. Il giornalista diventato un caso politico merita qualcosa in più della presunzione d’innocenza.
È doveroso riconoscergli l’estraneità alle illazioni che lo vorrebbero pseudocomplice di Valer Lavitola. È doveroso sia perché nulla di serio giustifica una simile patacca, sia perché la presunzione d’innocenza è dovuta anche a un condannato per strage che ricorra in Cassazione, figurarsi alla vittima di un attentato, appunto. Ciò detto, sarebbe bello se trasmissioni come Report e giornalisti del calibro di Sigfrido Ranucci e della collega sua predecessora, Milena Gabanelli, praticassero a loro volta la presunzione d’innocenza. Fanno il contrario. Costruiscono tesi colpevoliste senza verifica alcuna. Senza possibilità di contraddittorio, nonostante sappiano bene che il tribunale mediatico ti massacra assai più velocemente, e con speranze di riscatto drammaticamente inferiori, rispetto alla giustizia penale vera e propria.
Il quadro si completa quando proprio la giustizia penale asseconda l’inquisizione priva di contraddittorio teorizzata da trasmissioni come Report e da conduttori come Gabanelli e Ranucci. È successo, come ben riferito da un ampio e documentatissimo articolo di Ermes Antonucci sul Foglio dello scorso 30 maggio, a Maurizio Sacchi, al vertice di quella che fu la più importante azienda italiana nella vendita di diamanti come bene rifugio. La Dpi (Diamond private investment) aveva 400 milioni di fatturato, 60 dipendenti, un giro d’affari straordinario. È stata massacrata, svuotata: oggi a Sacchi restano 6 milioni di euro che non bastano a coprire il patrimonio speso nelle consulenze di altissimo livello a cui ha dovuto far ricorso per veder riconosciuta la propria innocenza. Sacchi è stato carcerato per 11 mesi a Civitavecchia, in misura cautelare. Poi assolto in primo grado nel 2024 e dalla Corte d’appello di Roma, in via definitiva, nel 2025, oltre 8 anni dopo le due puntate di Report da cui tutto ha avuto origine.
Perché, per quanto spiazzante sembri, una Procura, quella di Milano, ha preso per buone le denunce senza verifica di Report, “formalizzate” in prima serata nell’ottobre 2016. Addirittura un gip milanese ha ordinato le intercettazioni, chieste dal pm, con motivazioni riferite esplicitamente alla trasmissione di Rai Tre, all’epoca condotta da Gabanelli.
Ranucci d’altronde non ha rinnegato la collega. Nella puntata di Report messa in onda lo scorso 25 maggio, si è lamentato per il mezzo flop giudiziario (e per l’inconcludente indagine parlamentare avviata dopo l’inchiesta della Procura) senza alcun riguardo per le ingiustizie sofferte da un innocente. Antonucci ha raccontato pochi giorni dopo l’intera vicenda sul Foglio, ma è stato istantaneamente rimbrottato sui social da Ranucci e da un altro giornalista di Report, Nicola Borzi.
I due inchiestisti di Report hanno, nell’ordine: accusato il collega garantista di killeraggio; esultato per il fatto che il costo dei diamanti fosse stato comunque rimborsato ai clienti dalle banche intermediarie, senza segnalare il nesso fra i ristori e una rocambolesca amministrazione giudiziaria; hanno rinfacciato ad Antonucci la sanzione inflitta a Sacchi dall’Antitrust, relativa però solo ai difetti di trasparenza nelle informative consegnate ai consumatori, e non certo all’inconsistente accusa di truffa per la quale Sacchi si era fatto la galera.
È qui che i giornalisti di Report proclamano la loro assoluta e spietata indifferenza alla sventura di un innocente. Sacchi assolto, ma azienda distrutta. Nessun riguardo per la circostanza all’origine dell’amministrazione giudiziaria: una richiesta di patteggiamento avanzata dal difensore che aveva sostituito Fabrizio Costarella, storico avvocato di Sacchi. Costarella aveva già ottenuto dal Riesame una pronuncia d’incompetenza dei pm milanesi, con conseguente trasferimento dei fascicoli a Roma. Era stato a propria volta iscritto a registro per calunnia, simulazione di reato e favoreggiamento: da legale a presunto correo, ipotesi subito andata in frantumi. Ma nell’intervallo fra iscrizione e archiviazione del primo avvocato di Sacchi (cioè fra il 2021 e il 20222), il legale temporaneamente subentrato era riuscito a convincere gli altri soci di Dpi a patteggiare, con conseguenze devastanti per il patrimonio dell’azienda, mentre Costarella, che ha successivamente riassunto il mandato in un collegio composto anche da Gian Domenico Caiazza, aveva convinto Sacchi a resistere.
Scelta premiata dalla sentenza definitiva della Corte d’appello di Roma: vi si legge che gli investigatori coordinati dalla Procura di Milano non si erano accorti di ragionare solo sulle tesi di Report, costruite a loro volta sul parere di un gioielliere all’epoca al vertice della Federpreziosi, ma del tutto ignaro delle regole relative ai diamanti d’investimento. Il gioielliere disse, nel 2016 a Report, che una gemma proposta dalla Dpi di Sacchi ai suoi 60mila clienti per 4.500 euro di valore ne valeva 1.700, come attestato dal prezzario “Rapaport”. La Gdf di Milano, “costretta” a testimoniare nei processi poi svoltisi a Roma, non aveva mai verificato che “Rapaport” attestava solo il valore all’ingrosso, dei gioielli. Era fragile fino a questo punto, l’accusa di Report, all’epoca condotta da Gabanelli. I pm non se n’erano resi conto. E ciononostante, nella puntata dello scorso 25 maggio, Ranucci ha infierito. Se n’è infischiato dell’ingiusta detenzione sofferta da Sacchi a causa dell’errore commesso, dieci anni prima, proprio dalla trasmissione di cui nel frattempo era diventato conduttore.
È ovvio che vada così. È ovvio perché Report si basa sul dogma per cui ogni settimana bisogna descrivere agli spettatori un modo pieno di truffe e di mafie. La puntata deve andare in onda a prescindere. E se gli scandali languono? Niente, va fatta lo stesso. È qui che nasce il corto circuito. È qui che Ranucci viene spinto a infischiarsene degli innocenti, a passare sopra le loro sventure. Deve difendere l’obbligo di rappresentare un mondo invaso da malfattori. Ed è qui che la maggioranza di centrodestra è in imbarazzo, per interposta Rai, con Ranucci: perché è essa stessa schiava della cultura del sospetto, dell’insinuazione. Ed è perciò sospesa fra la tentazione di approfittarsi del caso Lavitola, e sbarazzarsi dunque di Ranucci, e il terrore di pagare una simile scelta con la vendetta di un popolo affetto, come la politica, da complottismo.
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