Anno: XXVIII - Numero 148    
Giovedì 30 Luglio 2026 ore 13:30
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Difesa e debito, il paradosso delle richieste Ue

Bruxelles chiede più spesa militare e rigore sui conti: un equilibrio che solleva dubbi sulla sostenibilità del debito italiano.

Difesa e debito, il paradosso delle richieste Ue

Nel contesto del semestre europeo 2026, il Consiglio della UE ha adottato le raccomandazioni specifiche relative a ciascuno Stato membro.

All’Italia il Consiglio raccomanda:

– di rispettare il percorso correttivo della spesa netta stabilito il 21 gennaio 2025 nell’ambito della procedura per i disavanzi eccessivi;

– di rafforzare la spesa per difesa e sicurezza, assicurando al tempo stesso la sostenibilità del debito ( oggi 3197 miliardi di euro ) e l’efficienza della spesa;

– di adattare progressivamente il bilancio a un livello strutturalmente più elevato di spesa militare;

– di rendere temporanee eventuali misure contro i rincari energetici, mirate ai nuclei vulnerabili e alle imprese ad alta intensità energetica, tali comunque da preservare gli incentivi a risparmio energetico con costo compatibile con gli impegni assunti nel quadro di bilancio europeo;

– di proseguire l’attuazione delle riforme e degli investimenti che hanno giustificato l’estensione a sette anni del periodo di aggiustamento del PSB;

– di rendere il sistema tributario più favorevole alla crescita sostenibile e più equo;

– di rafforzare il contrasto all’evasione riducendo le spese fiscali residue, comprese quelle relative all’IVA e i sussidi ambientalmente dannosi;

– di aggiornare i valori catastali nell’ambito di una più ampia revisione delle politiche abitative;

– di migliorare l’efficienza e l’efficacia della spesa pubblica;

– di affrontare le pressioni demografiche sulla crescita potenziale e sul sistema pensionistico, anche favorendo la partecipazione al lavoro delle coorti più anziane, in particolare nel Mezzogiorno.

A questo punto non v’è chi non veda come il richiamo a rafforzare la spesa per difesa e sicurezza possa essere compatibile con la necessità di assicurare al tempo stesso la sostenibilità del debito e l’efficienza della spesa.

“La gestione del debito pubblico italiano, in continuità con gli anni precedenti, è stata orientata al contenimento dei principali profili di rischio. In particolare, il rischio di tasso di interesse è stato gestito minimizzando l’impatto delle variazioni dei rendimenti sulla spesa per interessi14, mentre il rischio di rifinanziamento è stato attenuato attraverso una distribuzione più uniforme delle scadenze dei titoli nel tempo, tale da agevolare i nuovi collocamenti. Sebbene tali obiettivi siano sostanzialmente allineati alla prassi seguita dagli altri gestori del debito pubblico, nel caso italiano l’elevato livello del debito rende necessaria una maggiore attenzione al premio per il rischio di credito richiesto dagli investitori. Tale premio, legato alla percezione della sostenibilità del debito, rappresenta infatti una componente rilevante del costo di emissione dei titoli di Stato italiani, sebbene questa negli ultimi anni sia diminuita sensibilmente. Un ulteriore elemento di rilievo nella gestione del bilancio statale è costituito dalla stabilità e prevedibilità della spesa per interessi. Un profilo di costo più regolare consente, da un lato, di evitare il ricorso a misure fiscali correttive in risposta a shock sui rendimenti e, dall’altro, di programmare più efficacemente gli impegni di finanza pubblica in coerenza con i vincoli europei, in particolare quelli relativi al controllo del deficit e alla dinamica del debito. Nel loro insieme, questi fattori contribuiscono in modo significativo a definire la strategia italiana di gestione del debito, orientandola soprattutto al contenimento dei rischi di rifinanziamento e di tasso di interesse.” (Fonte: MEF in Rapporto sul debito pubblico, 2025).

Pare che il nostro Governo, dopo un primo rifiuto, si stia determinando a chiedere l’erogazione dei contributi SAFE (SAFE è uno strumento della UE che fornisce prestiti fino a 150 miliardi di euro per aiutare gli Stati membri ad aumentare rapidamente, e in modo significativo, gli investimenti nel settore della difesa mediante appalti comuni, entrato in vigore il 29.05.2025), pari a 14,9 miliardi, di prestito da restituire in 40 anni.

Si tratta semplicemente di fare ulteriore debito che viene scaricato sulle generazioni future.

Questa è una contraddizione in termini che francamente io non mi riesco a spiegare.

Fare debito pubblico è esattamente il contrario di garantire la sostenibilità del debito e l’efficienza della spesa.

“Quali sono i rischi di un alto debito pubblico?

Un alto rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo, specialmente nei paesi con bassi tassi di crescita, fa sì che ci siano maggiori difficoltà nel finanziare la spesa pubblica; la spesa per interessi aumenta. Inoltre, in queste condizioni il rischio di turbolenze sui mercati è più elevato.

Queste possono essere causate da shock esterni: quando avvengono dei fatti che, nel mondo, cambiano la percezione dei rischi (crisi finanziarie, attentati, rivoluzioni tecnologiche), chi ha un debito molto elevato è più in difficoltà, più esposto alla tempesta.

Oppure le turbolenze possono essere dovute a crisi di fiducia nei “fondamentali” del Paese stesso: tutti quei problemi per risolvere i quali abbiamo tante volte invocato “riforme strutturali”.

In un caso e nell’altro, può accadere che aumentino i tassi di interesse: così, il debito diventa più oneroso da finanziare e il suo servizio sottrae ulteriori risorse al bilancio pubblico. Nei casi estremi, gli interessi possono essere così elevati da diventare insostenibili fino a causare la necessità di un salvataggio da parte di altri paesi o istituzioni internazionali (come il Fondo monetario internazionale), con conseguenti clausole e condizioni imposte, oppure a un vero e proprio fallimento sovrano.

In quest’ultimo caso, i titoli di debito non producono più i rendimenti attesi dalle persone che li detengono; i creditori “interni” (le persone che posseggono titoli di Stato) vengono tendenzialmente penalizzati ancor più di quelli esteri; la pubblica amministrazione ha difficoltà a pagare stipendi e pensioni. Ma anche le imprese del settore privato soffrono, perché in qualche misura anche il loro accesso al credito è legato alla credibilità del loro Paese.” (Fonte: Istituto Bruno Leoni).

Al 30 giugno 2026 lo stock di titoli di Stato in circolazione è pari a 2.720 miliardi di euro, con vita media di 6,95 anni.

Che cosa diranno i mercati finanziari al riguardo?

Lo sapremo solo vivendo.

 

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