Le competenze non si conquistano per decreto
Lo scontro divide le professioni, ma la legge deve tutelare competenze, cittadini e certezza del diritto.
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Il confronto tra commercialisti e consulenti del lavoro non è una semplice disputa corporativa. È un tema che riguarda direttamente le imprese, i lavoratori e la credibilità dell’intero sistema delle professioni ordinistiche. Quando i confini delle competenze diventano oggetto di interpretazioni politiche o lessicali, il rischio è quello di alimentare un’incertezza che nessuno può permettersi.
È legittimo che una professione difenda un patrimonio di competenze costruito attraverso formazione specialistica, responsabilità e una disciplina normativa precisa. Ciò che non è accettabile è trasformare una riforma ordinamentale in un terreno di conquista.
Le competenze non si acquisiscono con una formula inserita in una legge, così come non si cancellano con un emendamento. Esse derivano da percorsi formativi, esami di Stato, aggiornamento continuo, esperienza sul campo e responsabilità professionale. Se il legislatore intende modificare il perimetro delle attività riservate, lo faccia apertamente, assumendosene la responsabilità politica. Se invece vuole semplicemente fotografare una realtà consolidata, lo scriva in modo inequivocabile, evitando ambiguità destinate ad alimentare contenziosi.
Il vero interesse da tutelare non è quello di una categoria contro l’altra. È quello delle imprese, che hanno bisogno di sapere con certezza a chi affidare materie delicate come rapporti di lavoro, previdenza, fisco e consulenza societaria. La certezza del diritto vale più di qualsiasi vittoria simbolica.
La modernizzazione degli ordinamenti professionali è necessaria, ma non può trasformarsi in una guerra di confini. Le professioni crescono quando valorizzano le proprie eccellenze, non quando cercano di occupare gli spazi altrui. Perché il prestigio non nasce dalle etichette, ma dalla competenza riconosciuta ogni giorno dal mercato e dai cittadini.
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