Anno: XXVIII - Numero 173    
Lunedì 14 Settembre 2026 ore 13:30
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Primarie, il suicidio del Campo largo

Possono consacrare un leader o far esplodere definitivamente le contraddizioni del centrosinistra.

Primarie, il suicidio del Campo largo

Le primarie possono essere la salvezza o la condanna del centrosinistra. Possono restituire legittimazione popolare a una leadership, mobilitare una base spesso disillusa e offrire un’occasione per costruire una piattaforma comune. Ma possono anche trasformarsi in una resa dei conti interna, esasperando divisioni che, dopo il voto, diventano difficili se non impossibili da ricomporre. Il vero problema, dunque, non è stabilire se le primarie siano democratiche o utili in assoluto. La questione è capire se il centrosinistra sia oggi sufficientemente maturo per utilizzarle come strumento di sintesi e non come arma contro i propri avversari interni.

Il tema assume un peso particolare perché il centrosinistra non è semplicemente una coalizione elettorale. È un insieme di culture politiche differenti, talvolta profondamente divergenti, che negli ultimi anni hanno trovato nel comune obiettivo di contrastare la destra un collante più forte delle proprie convergenze programmatiche. Ma vincere le elezioni non significa soltanto sommare voti. Significa anche dimostrare di essere in grado di governare insieme. Ed è proprio qui che le primarie possono diventare un formidabile strumento di costruzione politica oppure il detonatore delle contraddizioni interne.

La prima frattura riguarda la politica economica e sociale. Da una parte c’è un’anima riformista e moderata, convinta che la credibilità di un futuro governo passi dalla capacità di tenere insieme crescita, conti pubblici, investimenti e protezione sociale. È una componente che guarda al mondo produttivo, ai ceti medi, alle imprese e alla necessità di realizzare riforme strutturali senza alimentare l’incertezza economica. Dall’altra c’è un’anima più radicale e progressista, che considera prioritaria una redistribuzione più incisiva della ricchezza e chiede una svolta sul terreno della giustizia sociale: salario minimo legale, maggiore tassazione dei grandi patrimoni e degli extra-profitti, rafforzamento della sanità e della scuola pubblica, maggiore protezione del lavoro e una transizione ecologica più rapida e vincolante.

Non sono semplicemente sfumature dello stesso programma. In molti casi si tratta di concezioni differenti del rapporto tra Stato, mercato e società. E una campagna per le primarie rischia di accentuare queste differenze, perché chi aspira a conquistare la base elettorale può essere tentato di rendere più nette le proprie posizioni. Il rischio è che ciò che nasce come confronto sulle idee finisca per diventare una gara a chi interpreta meglio l’identità della propria componente.

Il secondo terreno di scontro è la politica estera. Anche qui il centrosinistra presenta sensibilità diverse. C’è una componente fortemente atlantista ed europeista, che considera il rapporto con la NATO, l’Unione europea e gli alleati occidentali una scelta strategica non negoziabile. Per questa area il sostegno politico, economico e, quando necessario, militare ai Paesi aggrediti rappresenta un elemento di responsabilità internazionale. Accanto a questa posizione esiste però un’area pacifista e movimentista, che chiede maggiore spazio alla diplomazia, contesta l’aumento delle spese militari e guarda con forte diffidenza all’invio di armi nei conflitti.

Anche in questo caso le primarie potrebbero trasformare una normale dialettica interna in una contrapposizione identitaria. Un candidato potrebbe cercare il consenso della base accentuando il pacifismo; un altro potrebbe puntare sulla responsabilità internazionale e sulla collocazione occidentale. Il problema non sarebbe tanto la diversità delle opinioni, fisiologica in una grande coalizione, quanto l’impossibilità di trasformarle successivamente in una posizione comune. Una forza politica che si presenta agli elettori con una linea sulla politica estera e il suo principale alleato con una linea opposta rischia di trasmettere un messaggio devastante: quello di una coalizione che vuole governare insieme ma non sa ancora cosa pensa sui dossier fondamentali.

La terza e forse più delicata frattura riguarda il modello stesso di coalizione. È il grande interrogativo del cosiddetto Campo largo. Da una parte c’è chi sostiene che per battere la destra sia indispensabile mettere insieme tutte le opposizioni, dai moderati alle forze progressiste, fino ai movimenti populisti, accettando inevitabilmente compromessi programmatici. La logica è semplice: nessuna forza, da sola, sembra oggi in grado di costruire un’alternativa sufficientemente larga per contendere il governo alla destra.

Dall’altra parte c’è chi teme che la somma aritmetica delle opposizioni non produca automaticamente una maggioranza politica. Una coalizione troppo eterogenea può infatti conquistare consensi sulla protesta ma perdere credibilità quando deve spiegare agli elettori quale progetto di governo intende realizzare. Il rischio è quello di costruire un cartello elettorale capace di stare insieme fino al giorno del voto e destinato a entrare in crisi immediatamente dopo.

Ed è qui che le primarie diventano davvero un bivio: unione o scissione?

Nel loro lato migliore, le primarie possono funzionare come un grande processo di legittimazione democratica. Portano gli elettori al centro della scelta, sottraggono la leadership alle sole trattative tra dirigenti, mobilitano una base spesso distante dalla politica e consentono al vincitore di presentarsi con un mandato forte. Un leader scelto attraverso una partecipazione popolare ampia dispone di un’autorità politica diversa da quella ottenuta attraverso un semplice accordo tra segreterie.

Ma esiste anche il rovescio della medaglia. Una competizione interna può personalizzarsi rapidamente. I candidati, anziché discutere delle rispettive strategie, possono finire per delegittimarsi a vicenda. Le differenze programmatiche possono diventare incompatibilità personali. Gli sconfitti possono sentirsi esclusi e i loro gruppi dirigenti possono non riconoscersi nella linea del vincitore. E a quel punto il giorno dopo le primarie rischia di essere più difficile del giorno prima.

La storia politica del centrosinistra insegna che il problema non è quasi mai il voto degli elettori. È ciò che accade dopo. Una primaria può incoronare un leader, ma non può obbligare automaticamente le diverse componenti a riconoscersi in quel leader. Può indicare una maggioranza, ma non cancellare le minoranze. Può offrire una piattaforma, ma non garantire che tutti la rispettino quando arriva il momento delle scelte concrete.

Il rischio più serio è quello della radicalizzazione preventiva. Se ogni candidato interpreta le primarie come una battaglia esistenziale, sarà portato a parlare soprattutto alla propria parte. Per vincere potrebbe essere conveniente accentuare le differenze, utilizzare parole più dure, promettere svolte più nette. Ma ciò che può risultare efficace durante la campagna interna può diventare un ostacolo quando la competizione finisce e bisogna presentarsi davanti agli elettori come una squadra. È il paradosso delle primarie: per vincerle bisogna convincere la propria parte; per vincere le elezioni bisogna convincere anche chi non appartiene alla propria parte. E le due strategie non sempre coincidono.

Per questo il vero punto non è primarie sì o primarie no. Il punto è stabilire prima del voto quali siano le regole del gioco e soprattutto quale sia il patto politico che tutti i contendenti sono disposti a sottoscrivere. Chi partecipa alle primarie deve sapere che non si sta scegliendo soltanto un candidato, ma anche una linea politica. E chi perde deve accettare che la scelta degli elettori produca conseguenze. Diversamente, le primarie diventano una consultazione senza effetti reali, nella quale tutti riconoscono il risultato soltanto finché coincide con le proprie aspettative.

Allo stesso modo, chi vince non può interpretare il risultato come una delega in bianco. La leadership democratica non significa cancellare le minoranze, ma costruire una sintesi capace di coinvolgerle. Un vincitore che utilizzasse le primarie per regolare i conti con i propri avversari interni trasformerebbe immediatamente il successo in una nuova frattura

Il centrosinistra, dunque, deve decidere cosa vuole dalle primarie. Se vuole semplicemente scegliere un candidato, rischia di ritrovarsi con un vincitore e molti sconfitti. Se invece vuole costruire un progetto di governo, deve trasformare la competizione in un percorso politico nel quale le differenze vengano esplicitate, discusse e infine ricomposte.

La sfida è particolarmente complessa sul Campo largo. Perché allargare una coalizione può essere necessario, ma non sufficiente. Servono confini politici comprensibili, un programma condiviso e soprattutto un metodo per affrontare le inevitabili divergenze. Non basta dire che tutti vogliono mandare a casa la destra. Gli elettori devono sapere cosa arriverà dopo. Quale politica economica? Quale politica estera? Quale idea di sanità e scuola? Quale rapporto con l’Europa? Quale politica del lavoro? Quale posizione sui diritti? Quale politica fiscale? E soprattutto: chi sarà davvero responsabile delle decisioni?

Sono domande alle quali una primaria non può rispondere da sola.

Il centrosinistra farebbe quindi un errore se trasformasse le primarie in un referendum permanente sulle proprie identità interne. Una leadership può essere scelta dagli elettori, ma una coalizione di governo deve essere costruita attraverso compromessi politici credibili. Il compromesso, del resto, non è una parola sporca nella democrazia: diventa un problema soltanto quando viene raggiunto di nascosto, senza un progetto comune e senza assumersene pubblicamente la responsabilità.

Le primarie possono essere il collante di una coalizione oppure il detonatore delle sue contraddizioni. Possono riaccendere la partecipazione, dare forza al candidato vincente e costruire un rapporto diretto con gli elettori. Ma possono anche lasciare sul campo rancori, personalismi e divisioni profonde. Alla fine, quindi, la partita non sarà decisa dal meccanismo delle primarie, ma dalla maturità politica di chi vi parteciperà. Se il confronto sarà sulle idee, il voto potrà diventare l’inizio di una nuova stagione. Se sarà una guerra per il controllo del centrosinistra, il giorno dopo potrà restare soltanto un vincitore solitario davanti a una coalizione più divisa di prima.Ed è questo il vero rischio: che le primarie, nate per scegliere chi deve guidare l’alternativa alla destra, finiscano per dimostrare soprattutto quanto sia ancora difficile costruire quell’alternativa

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