Meloni è il potere, Vannacci l’outsider
Il cordone contro Meloni è anacronistico, contro Vannacci può diventare benzina elettorale.
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C’è un errore politico che rischia di confondere due fenomeni profondamente diversi: Giorgia Meloni e Roberto Vannacci non sono la stessa cosa e non occupano lo stesso spazio politico. La prima è alla guida del governo e del principale partito della maggioranza. Il secondo cerca di costruire uno spazio autonomo, più radicale e identitario, anche in competizione con il centrodestra. Metterli sullo stesso piano significa non capire la natura del loro consenso.
Meloni oggi è il potere. È la presidente del Consiglio, guida Fratelli d’Italia e rappresenta il baricentro dell’attuale maggioranza. Può essere contestata, criticata e combattuta politicamente, ma non può essere trattata come una forza marginale alla quale applicare un cordone sanitario. Il suo problema non è l’esclusione dal sistema: è esattamente il contrario. È dimostrare, dal governo, di saper esercitare il potere senza perdere il consenso che l’ha portata a Palazzo Chigi.
Ed è qui che il confronto con Vannacci diventa interessante.
Vannacci non ha il problema di governare. Ha, al contrario, l’opportunità politica di capitalizzare il malcontento verso chi governa. Il suo spazio nasce dalla contestazione delle mediazioni, delle prudenza e degli equilibri della politica tradizionale. Può dire ciò che un partito di governo deve necessariamente pesare e negoziare. Può occupare il terreno della protesta, dell’identità e della rottura.
Per questo Meloni e Vannacci possono persino trovarsi davanti a un paradosso reciproco. Meloni ha interesse a mantenere unito il centrodestra e a impedire che una parte del suo elettorato venga attratta da un’offerta più radicale. Vannacci ha interesse esattamente contrario: dimostrare che il centrodestra al governo si è istituzionalizzato, si è moderato, ha fatto troppe concessioni e non rappresenta più fino in fondo quella domanda di cambiamento che lo aveva premiato.
Meloni deve governare. Vannacci può attaccare chi governa. È una differenza decisiva.
Ecco perché il cordone sanitario produce effetti differenti. Contro Meloni rischia di essere semplicemente una categoria politica superata: non si può isolare una presidente del Consiglio che rappresenta milioni di elettori senza trasformare l’isolamento in una battaglia contro il loro stesso voto.
Con Vannacci, invece, il rischio è ancora più sottile. Se lo si presenta come l’uomo da tenere fuori dal perimetro politico, gli si regala esattamente il ruolo che gli serve: quello dell’outsider che combatte contro il sistema, contro i partiti e contro le convenzioni della politica.
E più il sistema lo attacca, più può raccontare ai suoi elettori di essere temuto dal sistema.
È questa la vera insidia. Vannacci non deve necessariamente convincere tutti. Gli basta convincere una quota sufficiente di elettori che il centrodestra tradizionale non sia più abbastanza “alternativo”. In quel caso, il suo avversario principale non sarebbe la sinistra, ma proprio una parte del campo conservatore.
Meloni, dunque, non può permettersi di confondere la propria forza con quella di Vannacci. Lei deve consolidare il governo; lui deve conquistare spazio. Lei deve rassicurare; lui può provocare. Lei deve mediare; lui può radicalizzare.
Ed è proprio per questo che il confronto sarà politicamente decisivo.
Il vero errore sarebbe pensare di risolverlo con l’esclusione. Meloni può sconfiggere Vannacci soltanto dimostrando che il governo è capace di dare risposte concrete alle domande alle quali l’outsider offre risposte più semplici e più radicali.
Perché il voto non si ferma davanti a un cordone sanitario.
E se Vannacci cresce, la domanda non sarà soltanto perché lo votano. Sarà perché una parte di quegli elettori non si riconosce più abbastanza in chi oggi governa.
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