Università, il merito tradito dai baroni e dalla politica
Precari sfruttati, concorsi contestati e riforme contestate: così l'università rischia di perdere definitivamente la fiducia dei giovani.
Studiate. Impegnatevi. Fate sacrifici. Il merito premia. È il ritornello che la politica ripete a ogni inaugurazione dell’anno accademico. Ma come si fa a chiedere ai ragazzi di credere nell’università italiana quando da anni il sistema è attraversato da ricorsi sui concorsi, accuse di favoritismi, precariato senza fine e riforme che, invece di rafforzare i controlli, sembrano restituire ancora più potere ai potentati locali?
L’Italia continua a distinguersi per una singolare anomalia: troppo spesso il sospetto è che prima si scelga il candidato e poi si costruisca il concorso. Non accade ovunque e sarebbe ingiusto mettere tutti gli atenei nello stesso calderone, ma basta sfogliare gli archivi della giustizia amministrativa per trovare centinaia di ricorsi contro procedure di reclutamento contestate. È un’anomalia che mina la credibilità dell’intero sistema, perché un concorso può anche essere perfettamente legittimo, ma se milioni di giovani sono convinti che il vincitore fosse già deciso prima della pubblicazione del bando, la fiducia nel merito evapora.
In questo contesto sorprende la scelta del Parlamento di archiviare l’Abilitazione Scientifica Nazionale. Era uno strumento imperfetto, spesso criticato, ma rappresentava almeno un filtro nazionale. Oggi il reclutamento torna sempre più nelle mani delle singole università. Tradotto: più autonomia, certo, ma anche il rischio di un ritorno a quel baronismo che tutti dichiarano di voler superare e che invece continua a riaffacciarsi puntualmente nelle cronache.
Poi c’è il capitolo più umiliante, quello dei docenti a contratto. Oltre un terzo degli insegnamenti universitari è affidato a personale precario, spesso con curricula di altissimo livello, anni di ricerca, pubblicazioni internazionali e competenze professionali che arricchiscono davvero gli studenti. Eppure molti vengono retribuiti con compensi che, rapportati al lavoro effettivamente svolto, risultano quasi simbolici. Ha fatto discutere il caso del Politecnico di Milano, dove è emersa la vicenda di un docente rimasto precario per circa trent’anni con compensi annuali nell’ordine di poche migliaia di euro, nonostante la normativa prevedesse limiti molto più stringenti alla reiterazione degli incarichi. Se gli accertamenti confermeranno il quadro emerso, sarà difficile immaginare un simbolo più efficace della contraddizione italiana: uno dei migliori atenei del Paese capace di competere nelle classifiche internazionali ma incapace di garantire prospettive dignitose a chi insegna.
Nel frattempo si celebra l’università globale. Corsi sempre più in inglese, corsa ai ranking internazionali, ricerca di studenti stranieri paganti. Strategie legittime, naturalmente. Ma quando il marketing diventa più importante della qualità della formazione, qualche domanda è inevitabile. Lo stesso vale per l’Erasmus, una delle più belle intuizioni dell’Europa, straordinaria occasione di crescita personale e culturale. Eppure, tra molti docenti e studenti circola da anni la convinzione che in diversi casi gli esami sostenuti dagli studenti in mobilità vengano valutati con particolare indulgenza, tanto poi torneranno nella loro università. Sarà anche solo una percezione diffusa, ma una percezione che meriterebbe di essere affrontata, non liquidata.
Infine arrivano le statistiche rassicuranti: quasi tutti i laureati trovano lavoro entro un anno. Benissimo. Ma quale lavoro? Coerente con gli studi? Adeguatamente retribuito? Oppure dentro quelle percentuali finiscono anche i tanti giovani costretti a reinventarsi, ad aprire un’attività all’estero o a lasciare definitivamente l’Italia? Le percentuali, da sole, raccontano poco se non vengono accompagnate dalla qualità dell’occupazione.
L’università dovrebbe essere il principale ascensore sociale della Repubblica. La Costituzione le affida il compito di ridurre le diseguaglianze attraverso il sapere. Se invece diventa il luogo dove il precariato si prolunga per decenni, i concorsi vengono continuamente contestati e il peso delle relazioni continua a prevalere sul valore dei curricula, il messaggio che arriva ai giovani è devastante. Studiate, certo. Ma abbiate anche fortuna. È questo il punto. E non basta proclamarsi il Governo della meritocrazia o degli “underdog” perché il merito diventi realtà. Bisogna costruire un’università nella quale nessuno possa più sospettare che il talento conti meno dell’appartenenza. Fino a quel giorno, chiedere ai ragazzi di avere fiducia sarà sempre più difficile.
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