Campolargo, la guerra delle primarie affonda l'alternativa alla destra
Con Meloni in difficoltà e il centrodestra diviso, Schlein e Conte litigano sul premier ignorando i problemi reali del Paese.
In evidenza
A che punto è la notte nel pollaio del Campo largo? Nel momento in cui il centrodestra appare attraversato dalle tensioni provocate dall’irruzione del generale Roberto Vannacci e da una lunga serie di problemi politici e sociali irrisolti, l’opposizione sembra aver scelto la strada più autolesionista possibile: trasformare la costruzione dell’alternativa in una resa dei conti permanente tra Elly Schlein e Giuseppe Conte.
La disfida tra i due leader su chi dovrà essere il candidato premier alle elezioni politiche del 2027 sta occupando il dibattito pubblico molto più della definizione di un programma di governo. Primarie aperte o primarie con ballottaggio? Gazebo o doppio turno? L’egolatria ha preso il posto della politica, mentre il Paese continua a fare i conti con salari divorati dall’inflazione, liste d’attesa infinite nella sanità, evasione fiscale, scuola in difficoltà, caro energia e una rivoluzione tecnologica che sta cambiando il mercato del lavoro senza che nessuno elabori una strategia credibile.
La sensazione è quella di assistere all’ennesima disputa tutta interna ai partiti, mentre quasi un elettore su due continua ad astenersi dal voto, certificando una sfiducia crescente verso una classe politica che sembra parlare soltanto di se stessa.
Eppure, il paradosso è evidente. Se davvero il centrodestra dovesse entrare in una fase di logoramento, sarebbe questo il momento ideale per costruire un’alternativa credibile. Invece, anziché elaborare una piattaforma comune, selezionare una nuova classe dirigente e individuare le priorità del Paese, il Campo largo concentra le proprie energie sulla conquista preventiva di Palazzo Chigi.
Il nodo è semplice. Chi decide il candidato premier?
Le primarie, tanto care a Elly Schlein, rischiano infatti di trasformarsi nell’ennesima conta tra apparati e truppe organizzate. Le primarie aperte finiscono quasi inevitabilmente per premiare chi riesce a mobilitare meglio i propri militanti, non necessariamente chi possiede maggiore esperienza amministrativa o migliori capacità di governo.
Ed è proprio questo il motivo per cui la segretaria democratica continua a difenderle con convinzione.
Schlein sa perfettamente che soltanto una vittoria alle primarie le garantirebbe la candidatura a Palazzo Chigi. Se invece la scelta del premier dovesse essere rimandata a un tavolo tra i leader della coalizione dopo le elezioni, il suo nome rischierebbe di essere rapidamente accantonato a favore di una figura considerata più affidabile dai mondi economici e istituzionali.
Non è un mistero che una parte dell’establishment continui a guardare con diffidenza una leader che, prima di arrivare alla guida del Partito Democratico, aveva maturato come principale esperienza amministrativa il ruolo di assessora regionale in Emilia-Romagna con deleghe al Welfare e al coordinamento del Patto per il Clima. Un curriculum politico che molti giudicano ancora insufficiente per guidare un Paese complesso come l’Italia.
Da qui la convinzione, diffusa in alcuni ambienti riformisti, che in caso di vittoria del centrosinistra potrebbero emergere candidature alternative, come quelle del sindaco di Roma Roberto Gualtieri o del sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, entrambi forti di una più consistente esperienza amministrativa.
Questo, però, è soltanto un lato della medaglia.
Alla segretaria del Pd va infatti riconosciuto un merito politico non secondario: essere riuscita a costruire un rapporto stabile con il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte. Un’alleanza che rappresenta oggi il principale patrimonio strategico dell’opposizione e che potrebbe risultare decisiva per competere contro Giorgia Meloni.
Le vittorie del centrosinistra nelle elezioni regionali hanno dimostrato come la collaborazione tra Pd e Cinque Stelle possa produrre risultati concreti. L’elezione di Alessandra Todde in Sardegna e quella di Roberto Fico in Campania sono anche il frutto della scelta di Schlein di privilegiare l’unità rispetto alle vecchie contrapposizioni.
Ma proprio questo investimento politico rende ancora più evidente il problema.
Pur avendo recuperato terreno rispetto al Pd guidato da Enrico Letta, Schlein continua a non sfondare oltre quel 21-22 per cento che sembra diventato il soffitto elettorale del partito. Non riesce ad attrarre gli astenuti né a conquistare il voto moderato, indispensabile per costruire una maggioranza.
Da qui nasce la necessità della cosiddetta “terza gamba” centrista, destinata a raccogliere quell’8-10% decisivo per rendere competitivo il Campo largo.
Peccato che proprio su questo terreno esplodano nuove divisioni.
Chi dovrebbe guidare il polo moderato? I nomi sono sempre gli stessi: Gaetano Manfredi, Graziano Delrio, Giorgio Gori, Alessandro Onorato. Tutti profili che raccolgono più veti che consensi.
E inevitabilmente riappare Matteo Renzi.
Il leader di Italia Viva aveva promesso un passo indietro, assicurando che avrebbe dato una mano senza pretendere ruoli da protagonista. Una promessa rapidamente archiviata con il tentativo di lanciare Silvia Salis come possibile federatrice del fronte riformista. Un’operazione che, però, si è rapidamente sgonfiata quando la sindaca di Genova ha compreso i rischi di una discesa nell’arena nazionale.
Nel frattempo, è naufragato anche il progetto di trasformare Italia Viva nella “Casa dei Riformisti”, superato dall’accordo raggiunto tra altre forze moderate intenzionate a presentarsi insieme all’interno della coalizione progressista.
Eppure, al di là delle antipatie personali che continua a suscitare, Matteo Renzi resta probabilmente il “male necessario” del Campolargo.
Lo hanno capito esponenti come Romano Prodi e Goffredo Bettini. In un sistema politico sempre più frammentato, dove le elezioni rischiano di decidersi sui decimali, anche un 2% può risultare decisivo. E la capacità dell’ex presidente del Consiglio di occupare quotidianamente il terreno dello scontro politico con Giorgia Meloni rappresenta una risorsa che difficilmente il centrosinistra può permettersi di ignorare.
Su tutto aleggia poi la riforma della legge elettorale.
La discussione sull’indicazione preventiva del candidato premier non è casuale. Giorgia Meloni ha intuito che costringere il Campo largo a scegliere subito il proprio leader significa mettere Schlein e Conte uno contro l’altro ben prima dell’appuntamento elettorale, alimentando tensioni che rischiano di diventare insanabili.
Una mossa politicamente intelligente, che sposta il conflitto dentro l’opposizione mentre il governo può osservare gli avversari logorarsi reciprocamente.
Il punto, però, resta sempre lo stesso.
Le primarie possono anche decidere chi guiderà la coalizione, ma non risolveranno il problema più grande: costruire una proposta di governo credibile per un Paese che continua a perdere competitività, produttività e fiducia nelle istituzioni.
Senza una visione comune, senza una classe dirigente capace di mediare tra culture politiche diverse e senza un programma condiviso sulle grandi emergenze economiche e sociali, la battaglia tra Schlein e Conte rischia di trasformarsi nell’ennesima guerra di leadership combattuta sopra un elettorato sempre più distante.
E sarebbe il regalo più grande che il Campo largo possa fare a Giorgia Meloni.
Altre Notizie della sezione
La coalizione del nulla che preannuncia il niente
03 Luglio 2026Schlein e Conte mollano il Campo largo per fondare Alleanza per la Costituzione. Ovvero non hanno nessuna idea.
La Costituzione porta voti Si suggerisce di chiamare il campo largo “Alleanza per la Costituzione”.
02 Luglio 2026Dentro una narrazione politica fatta di concetti opaci, è una parola che vince a mani basse. Certo, poi, bisogna onorarla
Conte lancia l’Alleanza per la Costituzione
01 Luglio 2026Il leader M5S attacca governo e riforme: «Deriva illiberale, pronti al ricorso costituzionale».
