Anno: XXVIII - Numero 128    
Giovedì 2 Luglio 2026 ore 13:30
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Caro sindaco Sala, oggi riscopre il garantismo che dimenticò al referendum

Lettera aperta al primo cittadino di Milano, che (giustamente) critica le inchieste giudiziarie mediatiche.

Caro sindaco Sala, oggi riscopre il garantismo che dimenticò al referendum

Gentile Beppe Sala,

lei è il mio sindaco, sono una cittadina milanese, quindi so che mi ascolterà, come sempre fa con gli abitanti della città che amministra. Lei ha scritto, in un intervento sul Foglio, che “una repubblica fondata sullo scalpo porta alla fine della repubblica stessa”. E anche che, come abbiamo imparato noi che abbiamo studiato giurisprudenza, secondo un certo metodo di indagine, diffuso in Italia ormai da troppo tempo, “prima si indica il colpevole, quindi si pretende la sua espulsione, quindi si costruisce intorno a quella espulsione la prova della propria purezza”. I giuristi definiscono questo sistema come politica del “tipo d’autore”, per cui si giudica una persona non per quel che fa ma per come è, come ricordato in tanti scritti dal professor Luigi Ferrajoli.

Plotoni di pubblici ministeri si sono esercitati su questa degenerazione dalle regole dello Stato di diritto fin dagli anni settanta del secolo scorso, con le inchieste sul terrorismo, poi su quelle per reati di mafia, e ancora, agli inizi degli anni novanta, nel famoso storytelling di Mani Pulite. Lei, signor Sindaco, è molto arrabbiato per lo “stile” della Grande Inchiesta della procura di Milano, che ha messo in discussione, nel nome della purezza giudiziaria che, si sa, è sempre superiore a quella politica, addirittura lo sviluppo della città, della sua urbanistica, del suo nuovo modello di vita. Del fatto che Milano, con il suo moltiplicarsi del mattone e delle (inutili) piste ciclabili che producono più traffico e inquinamento, e il grave problema della mancanza di case, rischi di diventare una città senza anima, penso sia consapevole pure lei. E non ci faremo insegnare dai procuratori come si amministra, ma soprattutto come si vive, una grande città europea come Milano. Intanto già un tribunale, e ora persino la Corte dei Conti, provvedono a qualche bacchettata sulle dita dei Grandi Accusatori.

È interessante quello che lei scrive oggi sul fatto che un’inchiesta giudiziaria venga presentata dagli stessi protagonisti come pura “storia criminale”. È proprio così. Ed è un vero peccato che lei si sia fatto sfuggire un’occasione magica come il recente referendum sull’ordinamento giudiziario. Un peccato, perché uno che ragiona come lei e che è un vero garantista, cosa di cui non dubitiamo, avrebbe potuto aderire a uno dei tanti Comitati per il Si e girare l’Italia spiegando non solo ai cittadini milanesi, come si faccia presto a diventare vittime di colossali ingiustizie. Nel nome della purezza giudiziaria, come sempre.

Prendiamo per esempio il problema della separazione delle carriere tra chi accusa, cioè una parte strabica tanto quanto lo è quella di chi difende, e chi è chiamato a decidere, a giudicare. Colui che deve essere terzo, prima ancora che equo. Non so se lei ricorda, essendo in quegli anni in altri ruoli affaccendato, che cosa succedeva in quegli stessi uffici del quarto piano del Palazzo di giustizia di Milano abitati dai pm, una trentina di anni fa. Lei crede davvero che i capitani coraggiosi di Mani Pulite fossero davvero tanti “dottor sottile”? Lei pensa che sarebbero riusciti a distruggere un’intera classe politica, a sorpassare le regole sulla competenza territoriale, a usare magistralmente la custodia cautelare per creare gli imprenditori “pentiti” contro i politici, senza i giudici? Senza l’unicità delle carriere e il Fascicolo Unico?

Si ricorda quando, non molto tempo fa, Guido Salvini, un ex magistrato che aveva lavorato nell’ufficio dei gip in quegli anni, aveva denunciato sul Dubbio l’anomalia di quel metodo, che era utile alla procura per avere la garanzia, attraverso il fascicolo con un unico numero anche se riguardava temi e fatti diversi, di avere sempre l’assenso sulle proprie richieste? Lei sa bene che, a trent’anni di distanza, quel metodo è ancora vigente. Se ne avvantaggia la procura, non certo gli indagati né lo scandalo degli arresti senza processo. La procura chiede, il gip accoglie.

Mi dirà che comunque c’è il riesame e poi i tribunali. Certo, ma che mi dice di quel giudice-filtro che è il gip-gup, introdotto dal codice di procedura penale del 1989 che presupponeva la separazione delle carriere? Se lo è posto il problema del giudice terzo, prima di scegliere come interlocutore la procura? Lei ha scritto che “Il garantismo non può essere una bandiera da sventolare solo quando riguarda se stessi o gli amici. Vale per tutti”. Giusto, noi del SI al referendum lo abbiamo ricordato in tutte le piazze d’Italia, anche nella città da lei amministrata. Dove purtroppo non abbiamo avuto il primo cittadino al nostro fianco. Avremmo voluto che le scrivesse in quei giorni, queste parole di oggi. Ma vorrei darle una piccola occasione, quanto mai attuale.

Nella sua faticosa, e giustamente a tratti polemica, frequentazione dei corridoi del palazzo di giustizia di Milano, ha notato quello che sta succedendo in un’aula del terzo piano, dove si sta processando, a tre anni dalla sua morte, ancora Silvio Berlusconi? Dove la sua generosità viene definita corruzione di testimoni, dove lui, già uscito assolto, deve continuare a percorrere quei corridoi e quelle aule nel caleidoscopio infinto di processi che si chiamano Rubi uno e due e tre, all’infinito. Se ne è accorto, o viceversa passando ha solo tirato dritto?

Vede, signor Sindaco, se lei ritiene davvero, e io le credo, giurin giuretta alla milanese, che il garantismo non debba essere un vessillo da sventolare per i propri amici, ci dica almeno due cose. La prima: perché ha votato No al referendum. La seconda: perché in tutti questi anni del suo governo non l’ha mai impugnata, quella bandiera del garantismo, per denunciare quel metodo che, nel nome della purezza, da trent’anni descrive la storia d’Italia come pura storia criminale. La saluto con stima, sono sicura che ascolterà la voce di una sua cittadina.

Di Tiziana Maiolo su Il Dubbio

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