Dunque, alla fine, Falcone ha vinto
Dalla Corte di cassazione un nuovo sigillo sui principi della Lapet, netta distinzione tra attività professionali libere e quelle riservate.
Sì Falcone ha vinto. Ma soprattutto ha vinto un principio di civiltà giuridica che la Lapet sostiene da anni: ciò che la legge non riserva espressamente a una professione ordinistica non può essere sottratto alla libera iniziativa professionale.
L’ordinanza n. 7128 del 25 marzo 2026 della Corte di Cassazione rappresenta infatti molto più della soluzione di una singola controversia. È l’ennesima conferma di un orientamento giurisprudenziale che riconosce dignità, legittimità e tutela alle professioni disciplinate dalla legge 4/2013, respingendo ogni tentativo di estendere oltre misura i confini delle riserve professionali.
La Suprema Corte afferma un concetto tanto semplice quanto fondamentale: il diritto al compenso nasce dalla prestazione effettivamente resa e non può essere negato sulla base di una presunta riserva professionale che la legge non prevede. In altre parole, non esistono monopoli professionali impliciti. Esistono soltanto le attività che il legislatore ha deciso di riservare in modo espresso e tassativo.
È esattamente la battaglia che il presidente nazionale Lapet, Roberto Falcone, conduce da anni nelle sedi istituzionali, associative e culturali. Una battaglia spesso controcorrente, ma sempre fondata sul rispetto della legge, della concorrenza e delle competenze professionali realmente possedute dagli operatori del settore.
La vicenda esaminata dalla Cassazione è emblematica. Un professionista aveva svolto attività di assistenza nella predisposizione di pratiche di finanziamento bancario, senza invadere alcun ambito riservato ai commercialisti o ai mediatori creditizi. Eppure si era visto negare il compenso per la sola mancanza dell’iscrizione a un albo professionale. La Suprema Corte ha corretto questa impostazione, riaffermando che il mercato delle professioni non può essere regolato da presunzioni corporative ma esclusivamente dalla legge.
Per la Lapet si tratta di una vittoria che va oltre il caso concreto. È la conferma che il sistema professionale italiano sta progressivamente evolvendo verso un modello più moderno, nel quale il valore delle competenze, la qualità delle prestazioni e la libertà di iniziativa economica trovano pieno riconoscimento. Un modello che tutela i cittadini, garantisce la concorrenza e riconosce pari dignità a tutti i professionisti che operano nel rispetto delle norme.
La Cassazione ha parlato con chiarezza. E, ancora una volta, le sue parole vanno nella stessa direzione indicata da anni dalla Lapet e dal suo presidente Roberto Falcone.
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