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Le parole che Pertini diceva e il Pd non sa dire

Davanti all’espulsione degli ebrei e delle bandiere ucraine dal corteo del 25 aprile, il partito di Elly Schlein dovrebbe prendere le distanze nettamente, senza ma e però.

Le parole che Pertini diceva e il Pd non sa dire

Come fecero il presidente della Repubblica e il segretario della Cgil, Luciano Lama, quando ci fu da scegliere fra amici e nemici della democrazia

C’è qualcosa di nuovo, anzi di nuovissimo, in quel che è accaduto il 25 aprile 2026. Certo, anche in passato la Brigata ebraica è stata circondata nei cortei da un diffuso disprezzo. Certo, gli esagitati e gli squadristi ci sono sempre stati ma nel passato non hanno mai dato l’impronta ai cortei per la Liberazione. Ma stavolta gli ebrei e i sostenitori della resistenza ucraina in alcuni casi (come a Bologna) sono stati espulsi con la collaborazione dal servizio d’ordine. Il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo ha affermato: “La bandiera israeliana e quella americana preferirei non vederle perché non c’entrano con questa manifestazione”.

Ecco la prima novità: le espulsioni. Non sono state apertamente “rivendicate”: sono state tollerate. Seconda novità – e questo è un piano diverso, altrettanto serio – il principale partito di opposizione, il Pd, si è limitato ai consueti “sì ma…” e non ha preso le distanze nettamente, inequivocabilmente. In questi casi, come dimostra la storia, le uniche prese di distanza utili sono quelle lapidarie, quelle che fanno sentire isolati i violenti. Che non dovrebbero mai sentirsi compresi, in qualche modo giustificati. Il Pd, per ora, sta dimostrando di avere dimenticato la fondamentale lezione di un grande partito italiano, che pure sta tra i legittimi antenati del Pd: il Partito comunista italiano.

Quando fu chiaro che il terrorismo brigatista non era ispirato da “compagni che sbagliano”, ma composto da militanti e assassini ideologicamente consapevoli, il Pci alzò un muro e sparò tutte le munizioni politiche delle quali poteva disporre. E lo fece, anzitutto, contro quella zona grigio-rossa che stava tra movimenti e terroristi, quella che il 17 febbraio 1977 fu protagonista dell’assalto e dalla cacciata del segretario della Cgil Luciano Lama nell’Università La Sapienza a Roma.

Il 16 marzo 1978, quando Moro fu rapito e la scorta sterminata, mentre in alcune scuole si festeggiava e in alcune fabbriche c’era compiacimento, i sindacati indissero una grande manifestazione popolare. Un muro che i brigatisti soffrirono molto. Il Pci era diventato un nemico al pari dello Stato imperialista delle multinazionali e oltretutto le Br sapevano di poter contare ancora su un certo, istintivo consenso in fasce di lavoratori radicali: per questo uccisero Guido Rossa, sindacalista del Pci e della Cgil alla Italsider di Genova. Era il 24 gennaio 1979.

Il presidente della Repubblica Sandro Pertini era rimasto molto colpito e dopo il funerale chiese di vedere i camalli, i lavoratori del porto. Il prefetto sconsiglia il presidente: stia attento perché i camalli hanno una certa simpatia per le Br e Pertini gli risponde: “Ma questa è la ragione per la quale voglio vederli”. Nel racconto di Antonio Ghirelli, allora portavoce di Pertini, un affresco che parla da solo: “Entriamo in una grande rimessa dove sono appesi i ritratti di Togliatti e Trotzki. Pertini saltò su una pedana e di colpo, nel silenzio minaccioso dei camalli, si sentì una voce alta, dura, che diceva: io sono qui non come il presidente della Repubblica ma come il compagno Sandro Pertini. Le Brigate rosse io le ho viste in faccia, ma quelle vere. Quelle che hanno combattuto contro i fascisti, non quelle che hanno combattuto contro i democratici. Un altro silenzio, poi un grande applauso”.

Certo, contesti e radicalismi molto diversi ma quello di Pertini è intervento dimenticato, che merita di essere ricordato proprio perché il presidente della Repubblica si rivolse all’area grigia, quella che guardava con malcelata simpatia ai brigatisti. E un altro discorso, tra i più belli del dopoguerra, lo aveva pronunciato Luciano Lama, segretario generale della Cgil, comunista ed ex partigiano, il 25 aprile 1978 a Venezia e anche in questo caso diversi passaggi, non retorici, parlano all’oggi: “Eravamo giovani allora, e, oltre il coraggio, molte delle nostre idee erano certamente confuse, non sempre la ragione riusciva a dominare l’illusione e l’utopia. Ma la nostra lotta era illuminata dalla volontà di distruggere la tirannide che aveva governato il Paese sopprimendovi ogni libertà e lo aveva portato alla guerra e alla catastrofe”.

E ancora: “Contro le Brigate rosse bisogna lottare senza mezzi termini. C’è stata troppa tolleranza, troppa indifferenza perché si è avvertito in ritardo il pericolo mortale che incombeva su di noi” e “a quegli intellettuali, pochi ma prestigiosi, che ritengono di potersi isolare nel loro piccolo mondo interiore, distaccandosi in questo modo dai grandi problemi della società, io ripeto che con questo atteggiamento essi mancano gravemente a un dovere morale”. E poi, la commovente chiusa di Lama, anche questa attualissima, soprattutto per gli interpreti di organizzazioni che si richiamano alla Resistenza: “Nessun diritto di chiedere il baratto a chi ha fatto sua la parola d’ordine ‘Nè con lo Stato né con le Brigate rosse’. C’è ancora un posto per noi, compagni partigiani, in questa dura battaglia di oggi”.

Di Fabio Martini su Huffpost

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