Primarie abolite per eccesso di democrazia
Quando le inventarono erano democrazia. Ora che potrebbero servire, sono “laceranti”, “pericolose” e soprattutto… evitabili. Il campo largo scopre che il gazebo tira spifferi.
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C’è qualcosa di irresistibilmente ironico nel coro dei grandi vecchi del centrosinistra che si alza compatto contro le primarie. Proprio loro, che di quella stagione sono stati sacerdoti, cantori e – all’occorrenza – beneficiari, oggi le guardano come si guarda un vecchio elettrodomestico: utile un tempo, ingombrante adesso.
Il copione è rodato. Le primarie non sono più “la festa della partecipazione”, ma diventano all’improvviso “pericolose”, “laceranti”, “delegittimanti”. Tradotto: imprevedibili. E nel campo largo l’imprevedibilità è l’unica cosa davvero intollerabile.
Basta poco per accendere il riflesso condizionato. Una disponibilità di Elly Schlein, l’irrinunciabilità proclamata da Giuseppe Conte, ed ecco che scatta il controcanto: no, grazie. Non ora. Non così. Non conviene. Il “caminetto contro le primarie” torna di moda come un vecchio vinile, con la differenza che oggi lo ascoltano tutti, non solo nel Pd.
La novità, semmai, è che questa volta non è una questione generazionale. Non ci sono giovani contro vecchi, ma un allineamento trasversale che tiene insieme correnti, alleati, satelliti e reduci di mille congressi. Un’inedita unità nazionale del rinvio.
Il punto vero è semplice e brutalmente politico: le primarie, nel campo largo, non sono un metodo ma un rischio. Perché se vincesse Conte, il Pd si troverebbe commissariato dal proprio alleato. Se perdesse, Conte trasformerebbe comunque il risultato in peso politico da incassare. Uno schema win-win per lui, lose-lose per gli altri.
E allora meglio il piano B. O C. O direttamente la Z, se serve. L’importante è evitare il passaggio dalle urne vere, quelle dei gazebo, dove il controllo sfuma e il risultato non è negoziabile. Meglio un tavolo, una sintesi, una “sorpresa” annunciata con largo anticipo. Magari un nome terzo, di quelli che non dividono perché non hanno mai davvero unito.
Nel frattempo, la linea ufficiale è diventata un capolavoro di equilibrismo: le primarie sono belle, ma non prioritarie; utili, ma non adesso; democratiche, ma rischiose. Una posizione che ricorda certi ombrelli: si aprono solo quando ha smesso di piovere.
Resta un dettaglio, piccolo ma fastidioso: qualcuno, là fuori, le chiederebbe davvero. Ma è un problema secondario. Perché nel grande gioco del campo largo, la partecipazione è fondamentale. Purché non sia decisiva.

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