Anno: XXVIII - Numero 80    
Giovedì 23 Aprile 2026 ore 13:00
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Fra i due litiganti – Tajani e Berlusconi – Meloni gode

Nomine a incastro. Fra i due litiganti – Tajani e Berlusconi – Meloni gode.

Fra i due litiganti – Tajani e Berlusconi – Meloni gode

Dopo i cinque sottosegretari, bisogna nominare presidenza della Consob e dell’Antitrust. Perché l’una deve aspettare l’altra, perché c’entra ancora il conflitto di interessi, passato dal Cav ai figli e perché è una partita sul filo

Con la nomina di cinque altri sottosegretari non si è concluso l’assestamento nel governo, manca ancora la designazione alla presidenza della Consob, vacante da più di un mese, del sottosegretario leghista all’Economia, Federico Freni (con conseguente sua sostituzione nell’esecutivo). E per fare questa nomina, lo ha dovuto riconoscere pure il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, nella conferenza stampa a Palazzo Chigi che ha seguito l’approvazione del Documento di finanza pubblica, occorre attendere che scada, nella ormai prossima prima settimana di maggio, la presidenza dell’Antitrust, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato.

Questa onesta affermazione del ministro può sembrare una presa d’atto di una consueta logica di spartizione partitica e di un normale scambio tra nomine politiche, ma ci si sono almeno tre problemi.

Il primo problema, il più importante, riguarda la competenza ad effettuare le nomine in discussione. Nel caso della Consob si tratta del governo, per l’Antitrust sono invece i presidenti delle Camere. Che, per quanto non giungano da Marte (più precisamente, uno dalla Lega, Lorenzo Fontana, e l’altro da Fratelli d’Italia, Ignazio La Russa), dovrebbero almeno mostrare, se non avere, una certa autonomia dal governo e dai partiti nella scelta delle autorità indipendenti, come l’Antitrust, affidata loro esclusivamente per il ruolo di garanzia che dovrebbero svolgere.

Il secondo problema investe una non casuale circostanza per la quale, rispetto alle ultime tre designazioni dei presidenti dell’Antitrust, succedutesi negli scorsi venti anni. Forza Italia, il partito fondato da Silvio Berlusconi, a capo di un impero di aziende che sono state ereditate, insieme al partito, dai suoi figli, stavolta non ha la presidenza di uno dei due rami del Parlamento. C’era Marcello Pera alla presidenza del Senato (oltre a Pierferdinando Casini alla Camera), quando venne nominato nel 2005 Antonio Catricalà alla presidenza dell’Antitrust; c’era Renato Schifani (con Gianfranco Fini) quando venne nominato nel 2011 Giovanni Pitruzzella; c’era Elisabetta Casellati (e Roberto Fico) quando è stato nominato nel 2019 Roberto Rustichelli. Naturalmente, sono state sempre nominate persone di grande competenza, imparzialità e autorevolezza ma certamente non erano persone sgradite a Forza Italia e a Silvio Berlusconi.

Il terzo e ultimo problema è che, nonostante le belle parole di rinnovata fiducia, né Forza Italia né la famiglia Berlusconi si fidano pienamente di Antonio Tajani, che sulle nomine, come su tutto, sta giocando una sua personale partita e l’ha giocata proprio stoppando inizialmente in Consiglio dei ministri la nomina del sottosegretario Federico Freni alla Consob, per renderla contestuale con le altre nomine nelle partecipate di Stato e con quella del presidente dell’Antitrust da parte dei presidenti delle Camere.

Si potrebbe obiettare che, per risolvere quest’ultimo problema, basterebbe rivolgersi a Gianni Letta, storico e fidato consigliere di partito e di famiglia. Ma i rapporti tra Giorgia Meloni e Gianni Letta non sono più quelli di una volta, si sono capovolti rispetto a quando lei era una giovane ministra senza portafoglio alla Gioventù e lui il potente sottosegretario che regnava alla presidenza del Consiglio. Allora, era Giorgia Meloni, che stava ancora affrancandosi da Fabio Rampelli e veniva difesa sui social dalla madre, a rivolgersi a Gianni Letta. Il contrario, oggi, non può essere ammesso.

Come finirà dunque questa poco edificante vicenda? Vedremo. A chi volesse trovare, però, una conferma dell’ovvio interesse di Forza Italia e di Silvio Berlusconi per le nomine nelle autorità che possono incidere sulla vita delle sue aziende, si può chiedere al neo capogruppo di Forza Italia alla Camera, Enrico Costa. Uno dei motivi della rottura con Forza Italia nella scorsa legislatura fu senz’altro la circostanza che il partito non sostenne la sua candidatura per il collegio dell’Autorità garante della privacy per privilegiare la possibilità di effettuare l’indicazione di un tecnico nel collegio dell’Autorità garante per le comunicazioni.

Un ulteriore, più attuale, esempio, può provenire dal caso della presidenza della Rai, che Forza Italia avrebbe voluto per Simona Agnes, scelta che non ha ottenuto il necessario consenso delle opposizioni e ha determinato, per la puerile reazione della maggioranza, la paralisi della Commissione parlamentare di vigilanza. E se c’era chi credeva che questa imbarazzante storia potesse chiudersi con la recente partita delle nomine di Stato, magari contando in extremis sulla rinuncia di Giuseppina Di Foggia, designata all’Eni e finita incolpevole in uno scandalo all’italiana, di sapore un po’ sovietico e dal retrogusto un po’ puritano, per la spettante indennità di fine rapporto a Terna, si è dovuto ricredere. La situazione è esplosa ancora di più, rendendo evidenti i legami che ci sono tra nomine Consob, Rai e Antitrust.

È questo l’obiettivo già raggiunto da Antonio Tajani: il tema del conflitto di interessi è stato rispolverato, mettendo in cattiva luce l’interventismo dei figli di Silvio Berlusconi in politica e in Forza Italia, come testimoniano i fatti quotidiani di articoli critici nei loro confronti, che naturalmente non dispiacciono a Giorgia Meloni. È lei l’unica, per ora, a godere tra i due litiganti, la famiglia Berlusconi e Antonio Tajani.

di Elio Vito su Huffpost

 

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