Comunque vada a finire, tra Colle e Palazzo Chigi resterà un vulnus
Il caso della norma sugli avvocati e i rilievi del Colle aprono una frattura pesante. Per Meloni è il passaggio più difficile di legislatura, stretto tra Mattarella e la pressione della sua maggioranza.
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Negli ultimi tre tesissimi giorni una sola cosa ha accomunato il Quirinale e Palazzo Chigi, Sergio Mattarella e Giorgia Meloni: una irritazione ormai vicina al punto di rottura. Furibondi l’uno e l’altra.
Quando si tratta di sicurezza, il presidente sa di muoversi su un terreno particolarmente delicato, che richiede di andare persino oltre la sua proverbiale discrezione.
Il capo dello Stato considera il problema reale e allo stesso tempo non apprezza affatto le formule con le quali governo e maggioranza lo affrontano. Allo stesso tempo è pienamente consapevole di quanto il tema sia avvertito a pelle dall’opinione pubblica.
Dunque, quando può, si muove con cautela, senza chiasso, suggerendo e indirizzando senza uscire troppo allo scoperto.
Stavolta muoversi come sarebbe stato per il presidente necessario, è stato impossibile. Troppi i punti critici e troppo clamoroso l’ultimo incredibile svarione, quella norma sugli avvocati che il Guardiano della Costituzione non poteva accettare.
Ma hanno pesato anche le indiscrezioni molto strillate dalla stampa, che hanno reso impossibile muoversi con cautela. Lo psicodramma è andato in scena sotto gli occhi di tutti, trattative, minacce, ripensamenti si sono succeduti per 48 ore in piena luce.
Il risultato, sempre che non cambi di nuovo, non è tale da tranquillizzare il Colle. La formula è confusa e confusionaria. La norma incriminata sarà cancellata da apposito dl ma resta il fatto che il decreto in conversione sarà prestissimo legge, le correzioni passibili di interventi corsari che la Lega sembra avere tutte le intenzioni almeno di tentare.
L’immagine di un governo che vara un decreto già molto discutibile e contestualmente trova una formula bizzarra per cancellarne una parte di rilevante importanza non è certo quello che gli italiani si aspettano dalle istituzioni repubblicane. Comunque vada a finire, nella migliore delle ipotesi la ferita non si chiuderà del tutto.
La collera di Giorgia è altrettanto giustificata. Nel momento probabilmente più difficile non solo del suo governo ma della sua intera vita politica, la premier ha dovuto fare i conti non con l’opposizione ma con i limiti immensi di una maggioranza sgangherata e pasticciona, impegnata a rincorrersi per affermare la primazia in materia di politiche securitarie e forcaiole, incalzata dalla minaccia di un Vannacci la cui ombra è probabilmente ingigantita proprio dal panico della maggioranza o almeno di Lega e FdI.
Ma la premier, dopo il referendum, non ha più la forza e l’autorità che le avevano permesso di governare per tre anni e mezzo sostanzialmente senza scosse. Ha riportato rapidamente all’ordine il suo partito ma con Salvini il discorso è diverso e molto più difficile. Capita però che la pressione di un capo leghista terrorizzato dallo spettro del disastro elettorale spinga la premier proprio nella direzione che ha sempre cercato di evitare: quella dello scontro con il Quirinale.
Ieri, dopo gli ormai soliti giorni di silenzio la premier ha scelto di difendere il provvedimento, «di assoluto buon senso». Allo stesso tempo ha assicurato che le critiche di Mattarella, derubricate a «rilievi tecnici» mentre si trattava di elementi di incostituzionalità, saranno oggetto di un provvedimento ad hoc. Insomma del nuovo decreto. L’acrobazia è troppo azzardata per non mettere impietosamente a nudo la difficoltà in cui si dibatte la premier, stretta tra i rilevi tutt’altro che tecnici del Colle e il martellamento della Lega.
In passato Meloni ha spesso adoperato le posizioni del Colle come alibi per rimettere in riga la sua maggioranza senza arrivare a conflitti interni troppo accesi e allo stesso tempo camuffando le divisioni della destra. Il caos increscioso che ha imperversato in questi giorni, l’approccio confuso e sgangherato con cui la maggioranza ha affrontato una vicenda estremamente delicata rivelano quanto quell’equilibrio sia probabilmente già un ricordo del passato.
Più le elezioni si avvicinano e il rischio per tutti ma soprattutto per Salvini si concretizza, più aumenteranno le richieste di stretta securitaria del capo leghista in competizione con Vannacci e meno facile diventerà tenerlo a bada adoperando un bel po’ furbescamente le parole di Mattarella.
Comunque vada a finire la vicenda del dl e della sua norma impresentabile, che del resto in termini di credibilità del governo è già finita malissimo, l’ultimo anno del governo Meloni sarà quindi, anche da questo punto di vista, un percorso di guerra.
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