Meloni alla ricerca della leadership perduta
La sconfitta referendaria ha cambiato lo scenario: si notano limiti e lacune di governo, e serve un’azione forte oltre i provvedimenti tampone. Per esempio, ridiscutere il patto di stabilità (non da soli). Il problema è averne la forza.
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Il cosiddetto “secondo tempo” dell’era Meloni a Palazzo Chigi è cominciato e una sola cosa si può dire con certezza: i risultati sono urgenti e dovranno essere ben chiari agli occhi dell’opinione pubblica. Non saranno misurabili sui singoli, minuziosi provvedimenti: ad esempio, di quanti centesimi si abbassa il prezzo della benzina o del gasolio agricolo; di quanti decimali si riesce a contenere l’inflazione. Sono i “provvedimenti tampone” contro cui si scaglia l’opposizione, che saranno pure limitati, ma alleviano comunque il disagio dei redditi più bassi e i primi a rendersene conto dovrebbero essere gli esponenti della sinistra. È vero tuttavia che non è con le misure a breve termine che si genera la tensione innovatrice di un paese che intende ripartire con convinzione. Per raggiungere tale obiettivo ci vuol altro, soprattutto in tempi di guerra, con il sistema produttivo a rischio di recessione e con la prospettiva di razionare il carburante per gli aerei.
Serve, per dirla in sintesi, trasmettere il senso forte di una leadership ritrovata. La presidente del Consiglio ha costruito su questo aspetto le sue fortune, a partire dal settembre 2022. Ma adesso la sconfitta referendaria del 23 marzo ha cambiato lo scenario. Non in modo irreversibile, ma senza dubbio in forma non trascurabile. Si è determinato per la prima volta un insidioso piano inclinato, dovuto a un insieme di frustrazioni e di ansie depressive. Ci si è accorti di quali fossero le lacune nella squadra di governo e dall’alto, cioè da Palazzo Chigi, si è avviato un frettoloso “repulisti” che però si è fermato alle prime battute, in base al principio che “non serve un rimpasto”. In poche parole, il rilancio dell’immagine di un governo che non è logorato, ma che per la prima volta offre segni di sbandamento, attende ancora d’essere messo a fuoco.
Si dirà che il viaggio di Giorgia Meloni nelle varie capitali della penisola arabica, che si trovano sotto il fuoco dei missili e droni iraniani, serve appunto a questo: fornire agli italiani impauriti la sensazione che la premier non se ne sta con le mani in mano e che non tema di essere in disaccordo con Trump, l’alleato scomodo. Quindi le monarchie del Golfo Persico, lo stretto di Hormuz da riaprire, la buona volontà di una donna decisa a riprendere in mano il suo scettro, giocando anche sull’assenza di una leadership rivale nel campo degli oppositori. Tutto giusto, ma al momento insufficiente se lo sforzo non è percepito dagli italiani nel modo costruttivo che ci si augura nelle stanze del governo. Coloro che “remano contro”, come si dice con immagine un po’ abusata, sono numerosi all’interno e all’esterno della maggioranza. Il referendum ha aperto una crepa che in tanti si sforzano di allargare.
Una strada ci sarebbe per rimettere i tasselli al loro posto e dare un colpo d’ala. Ridiscutere il Patto di stabilità (il “patto stupido perché troppo rigido”, come ha detto da tempo anche Prodi). Ma l’Italia non ha la forza né la convenienza per incamminarsi da sola lungo questo crinale. Servirebbe un’intesa con la Germania di Merz, per non dire la Francia di Macron. Altrimenti si resta a metà del guado, tra un Trump in buona misura rinnegato e un triangolo europeo mai realmente accettato. Ma la leadership vuol dire questo: riuscire a riannodare i fili, indicare dei traguardi e convincere l’opinione pubblica che ogni alternativa è peggiore dell’esistente. Ben sapendo che la candela si consuma in fretta, insieme ai mesi residui della legislatura.
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