Pulp Meloni. La svolta pop della premier che costringe la sinistra a rincorrere
La partecipazione di Meloni al format di Fedez ha fatto discutere, ma all'estero - a partire dagli Usa - sui podcast si giocano parti di campagna elettorale.
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È svolta pop, signori. Uno degli ultimi atti pubblici della premier Giorgia Meloni prima del referendum sulla giustizia avverrà tra i pannelli fonoassorbenti di Pulp podcast, la trasmissione in streaming del rapper Fedez. Una mossa calcolata, confezionata dai suoi spin doctor a Palazzo Chigi e in Fratelli d’Italia, per lanciare la volata al Sì. “Ampliare la platea, convincere un pubblico diverso da quello dei soliti programmi televisivi”, è il mantra di chi consiglia la premier, su cui si interrogano analisti e comunicatori. “Torni in aula”, invoca l’opposizione, spiazzata dal ring social allestito dal centrodestra.
Far dimenticare le sparate di Carlo Nordio e della sua capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi. Insistere sui casi di malagiustizia, soprattutto entrare nel merito. Addirittura, non politicizzare. Potrebbe essere wishful thinking meloniano, risucchiato dal bailamme degli ultimi scampoli di campagna. Ma le ospitate in trasmissioni amiche, come lunedì a Rete4, così come i video social a tutto spiano, non bastano più. “Non si vota sulla Meloni – spiega la premier – ma si vota sulla giustizia”. Un messaggio da recapitare a tutti. Anche con un colpo a sorpresa bisogna cercare un contenitore fresco, alternativo. Il fine, ragionano ambienti meloniani, è spiegare la riforma a cittadini che non guardano i talk in tv. Dai microfoni di Fedez, Meloni potrà così comunicare con “persone di qualsiasi età”.
Le polemiche, intanto, montano. Da sinistra chiedono che la premier venga a riferire in aula. Fedez spiega che non sono “asserviti al potere”, visto che “voi della mia community e che seguite Pulp sapete benissimo che abbiamo invitato già Gratteri, che è platealmente per il no, Gherardo Colombo, abbiamo invitato Di Pietro e soprattutto abbiamo inviato delle e-mail prima di girare questa puntata sia alla segreteria Schlein del Pd, a Conte del M5s”.
Il dado è tratto. L’esca è stata lanciata quando Tommaso Longobardi, guru social di Palazzo Chigi, è stato ospite proprio di Fedez e Mr Marra, l’altro conduttore che sarà seduto al tavolo con la premier. In occasione di quella puntata, i padroni di casa hanno iniziato a sondare il terreno su una possibile partecipazione di Meloni. Mancava solo l’invito ufficiale, colto sul gong della tornata referendaria. Non a caso è stato proprio Longobardi, su Instagram, a chiarire l’intento dietro questa mossa: “Con buona pace di chi pensa che informazione e dibattito debbano restare nelle mani di pochi, confinati sempre negli stessi luoghi, per preservare un’esclusiva che il tempo ha già superato”.
In realtà, per quanto spiazzante, l’ospitata in un podcast con un conduttore ingombrante ma da milioni di follower non è un espediente nuovo. Almeno non in Italia, dove comunque i vari Calenda, Renzi, Fratoianni, Vannacci e altri si sono accomodati da Fedez e competitor. Negli Stati Uniti la scorsa campagna elettorale si è decisa anche nelle salette di registrazione degli host Maga. Uno sdoganamento avvenuto tutto a destra, con il presidente Donald Trump ospite di podcaster amati dalla destra come Joe Rogan. “Vien così da pensare che, dal punto di vista della strategia comunicativa, la Meloni di lotta (per il Sì) non disdegni di fare propaganda attraverso format in linea con lo spirito dei tempi trumpista”, scrive Massimiliano Panarari sulla Stampa.
Anche Roberto Esposito, fondatore di DeRev ed esperto di comunicazione digitale, condivide l’attenzione della destra nostrana a emulare le tendenze made in USA. “Non è una mossa nuova, anche perché la comunicazione italiana, soprattutto a destra, si ispira molto ai trend americani. La destra è più coraggiosa, però: sperimenta di più, come ha fatto già su Tiktok, magari anche sbagliando eppure presidiando. La sinistra pensa più a convincere i suoi ma poi deve rincorrere. Anche sui podcast sarà lo stesso”.
Quella di Meloni, per Esposito, è “la strategia giusta per allargare il pubblico” e farlo a ridosso delle urne è “un colpo importante perché il dibattito che segue accende l’attenzione su di lei”. E poco conta che sia Fedez, personaggio piuttosto ingombrante, a sedersi al fianco della premier. “Lei riesce ad ampliare la platea, parlando soprattutto agli under 40”, ma il rischio reputazionale “lo vedo più per Fedez che per Meloni”, visto che il rapper “ha un pubblico giovane e di orientamento politico vario”.
Per Giovanni Diamanti, presidente di YouTrend, quella di Meloni è “sicuramente una mossa inusuale ma brillante”, anche se “non sappiamo quanto sposti davvero”. Per il sondaggista “è finito il tempo in cui si spostano elettori, ora c’è spazio per convincere i propri ad andare a votare o per cercarne altri al di fuori”. Un obiettivo, forse, da centrare con Fedez. Anche Diamanti ricorda come i podcast siano “una modalità che negli Usa viene usata moltissimo dalla politica, mentre in italia non siamo abituati”. Il mezzo è ostico. “Tra i vari media è quello con un pubblico difficile da intercettare altrove: audience giovane, mediamente istruita, non politicizzata”.
A colpire è il tempismo. Scegliere Pulp come l’ultimo, o uno degli ultimi, palcoscenici è “interessante”, ragiona Diamanti. “Non mi aspetto che sia incalzata chissà quanto, sarà libera di argomentare, come sta facendo negli ultimi dieci giorni”. Tutti gli altri, che vogliano o meno, questo giovedì recupereranno i reels che inonderanno i social.
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