Il riformismo ha abbandonato la sinistra
Il profilo politico e culturale di questa sinistra è sideralmente lontano, se non addirittura quasi alternativo, rispetto a qualsiasi richiamo riformista, di governo e autenticamente democratico.
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Ormai lo posso dire con quasi scientifica certezza. Ovvero, il riformismo, la cultura riformista ha abbandonato la sinistra italiana. O meglio, per essere ancora più precisi, l’attuale sinistra italiana ha divorziato dalla cultura, dalla storia, dalla tradizione e dalla prassi riformista. È persino inutile ricordare che la storia secolare della sinistra italiana è sempre oscillata tra la regressione massimalista e radicale da un lato e l’intuizione riformista e di governo dall’altro. È anche bene ricordare che proprio il riformismo è stata la cifra che ha caratterizzato lunghe stagioni di questo campo politico. Basti pensare alla fase politica e storica che si è aperta dopo la fine traumatica della prima repubblica e che è durata sino a pochi anni fa. Una fase che ha registrato la preminenza di una sinistra riformista e di governo, ispirata a valori e principi incompatibili con la deriva demagogica, radicale, populista e massimalista.
Ora, e proprio alla luce di questa cifra politica predicata e, soprattutto, praticata negli anni, possiamo tranquillamente sostenere che oggi ci troviamo di fronte ad una sinistra che ha sostanzialmente abdicato a quella caratteristica importante nonché decisiva per la stessa salvaguardia di una credibile democrazia dell’alternanza nel nostro paese. E questo perché, purtroppo, e rispetto alla stessa prima fase dell’esperienza del Partito democratico, hanno avuto il sopravvento alcune costanti che confliggono quasi statutariamente con qualsiasi richiamo alla cultura riformista e di governo. Ed è proprio su questo versante che si registra una perfetta e quasi scientifica convergenza tra le quattro sinistre che oggi governano il campo progressista. E cioè, la sinistra radicale e massimalista della Schlein, la sinistra populista e demagogica dei 5 stelle di Conte, la sinistra estremista e ideologica del trio Fratoianni/Bonelli/Salis e, infine, la sinistra pan sindacale e classista del segretario della Cgil Landini. Il tutto condiviso da altri settori autorevoli e qualificati della società: dall’ANM alla rete mediatica della sinistra televisiva e giornalistica, dalla presenza massiccia nel mondo dello spettacolo alla sostanziale egemonia nella sfera accademica, universitaria e culturale in genere.
Ma, al di là di questo dato sufficientemente oggettivo per essere messo in discussione, quello che va rilevato e sottolineato è che il profilo politico e culturale di questa sinistra è sideralmente lontano, se non addirittura quasi alternativo, rispetto a qualsiasi richiamo riformista, di governo e autenticamente democratico. Del resto, è appena sufficiente ricordare che ormai non c’è più differenza alcuna tra queste varie sinistre perché sono accomunate da una gamma di valori che fanno dell’estremismo e del radicalismo la loro cifra essenziale. E quindi, demolizione ideologica, morale e politica dell’avversario/nemico, programmi chiaramente ispirati a ricette radicali e che confliggono con qualsiasi reale e concreta cultura di governo e, infine, un massimalismo che cancella, di fatto, quella cultura della mediazione e della composizione degli interessi contrapposti che restano alla base di qualsiasi partito o coalizione che abbiano l’ambizione di governare seriamente un paese. Per queste ragioni, semplici ma essenziali, il cosiddetto Centro riformista da quelle parti non può che osservare la partita dalla tribuna o, al massimo, rivendicare un piccolo ed insignificante “diritto di tribuna”.
Ecco perché, sin quando non inizierà a rifarsi strada una cultura autenticamente e credibilmente riformista e di governo, con questa sinistra italiana la radicalizzazione del conflitto politico da un lato e la polarizzazione ideologica dall’altro continueranno a farla da padrone nella concreta dialettica politica del nostro paese. Con tanti saluti alla qualità della democrazia, alla credibilità delle nostre istituzioni democratiche e alla stessa efficacia dell’azione di governo.
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