Ma io dico che nella riforma c’è un pericolo: giudici meno autonomi, cittadini meno tutelati
Dietro gli attacchi ai magistrati c’è il tentativo di disinnescare l’attuazione quotidiana della Costituzione.
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Qualche giorno fa, su queste colonne, un autorevole collega ha difeso il ruolo di un giudice ordinario finito sotto attacco per aver sollevato una questione di legittimità costituzionale. Una riflessione convincente, tanto più significativa perché proveniente da un avvocato che, proprio attraverso le sue iniziative difensive, ha consentito alla Corte costituzionale di intervenire a tutela dei diritti fondamentali negli istituti penitenziari, dando concreta attuazione al principio cardine del finalismo rieducativo della pena.
Da quella riflessione è utile partire per andare oltre. L’attacco a quel giudice non è casuale. Ed è profondamente legato — checché ne pensi l’Autore — alla riforma costituzionale della magistratura oggi in discussione.
Non siamo di fronte a un intervento su aspetti tecnici della carriera o del processo, che potrebbero efficacemente essere affrontati con legge ordinaria. In gioco c’è il ruolo stesso che ha assunto la magistratura nella società. Non più semplice terminale della volontà legislativa, ma istituzione indipendente che concorre alla formazione del diritto, applicando la Costituzione, le fonti internazionali e quelle europee. Come ha scritto Augusto Barbera, «l’attuazione della Costituzione non è riservata al legislatore: anche il giudice concorre a renderne effettivi i valori, attraverso l’interpretazione e il controllo di compatibilità».
Questa produzione del diritto nasce nel processo. È il frutto dell’elaborazione teorica dei giuristi e dell’esperienza dei pratici, e trova concreta attuazione spesso grazie alle istanze degli avvocati. Il giudice è un attore essenziale, ma non l’unico protagonista. L’avvocato svolge una funzione decisiva, nel civile come nel penale. Lo ricordava Calamandrei: egli «è un collaboratore necessario della giustizia e, per questa via, un collaboratore dell’attuazione della Costituzione, perché concorre a rendere effettivi i diritti che essa proclama».
Ebbene, questa idea di una società che si auto-ordina attorno a valori meta-giuridici fissati nella Costituzione e nelle Carte europee non piace. Non piace ai nostalgici della legalità formale; non piace a chi rivendica la primazia assoluta della legge; ma, soprattutto, non piace a chi non condivide quei valori, oggi scolpiti nella “Costituzione integrata”.
Qui affondano le radici della riforma costituzionale. Non potendo modificare apertamente quei valori, si tenta di normalizzare la magistratura, disinnescando l’ingranaggio silenzioso che consente alla Costituzione di essere attuata giorno per giorno.
I dispositivi della riforma — smembramento del Csm, sorteggio puro riservato ai magistrati, istituzione della Corte disciplinare — sono coerenti con questo disegno. Non basta a rassicurare la riaffermazione formale dell’indipendenza dell’ordine giudiziario. Come ha chiarito più volte la Corte costituzionale, non contano le proclamazioni, ma i poteri effettivi attribuiti agli organi di garanzia: strumento essenziale dell’autonomia e dell’indipendenza del singolo magistrato «sono le competenze attribuite al Consiglio superiore».
Un giudice meno protetto e più esposto a ritorsioni disciplinari sarà inevitabilmente più cauto nell’attuare la Costituzione. Ma la conseguenza più grave è un’altra: sarà più debole l’avvocato che porta i diritti nel processo. E quando si indeboliscono giudici e avvocati, non si impoverisce solo la giurisdizione. Si blocca, in modo subdolo, il progresso storico dei diritti che passa dalle aule di giustizia.
Mitja Gialuz, su Il Dubbio
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