Il fantasma che comanda tutti
Gelli risorge a ogni referendum.
A ogni stagione politica, come le zanzare e le polemiche sugli ombrelloni, torna puntuale anche il fantasma di Licio Gelli. Non importa che sia morto da un decennio: nel dibattito pubblico italiano conserva un talento che neppure i medium riuscirebbero a spiegare. Gli basta un cenno – o meglio, un ricordo deformato – per trasformare un’idea in minaccia o una riforma in complotto. Basta evocarlo, e metà del Paese vede trame, l’altra metà vede conferme.
Le reazioni alle parole del ministro Nordio si inseriscono perfettamente in questo schema. L’ex magistrato ha detto una cosa fin troppo ovvia: il valore di una proposta non si misura dalla biografia di chi l’ha formulata. Una banalità, certo. Ma nelle ore successive pareva avesse spalancato la botola della P2 sotto i piedi della Repubblica.
L’argomento degli scandalizzati è semplice quanto fragile: se Gelli era favorevole alla separazione delle carriere, allora chiunque oggi la sostenga sarebbe in qualche modo suo erede spirituale. Una linea di pensiero che, se applicata con coerenza, porterebbe a conclusioni esilaranti: gran parte del Parlamento, dal Movimento 5 Stelle al Partito Democratico, dovrebbe essere considerato “complice” del venerabile per aver portato avanti la riduzione dei parlamentari, riforma scritta nero su bianco nel famigerato Piano di Rinascita. Naturalmente nessuno lo dice, perché vorrebbe dire demolire la stessa arma retorica che si pretende di usare contro l’avversario politico.
Il problema non è discutere i contenuti – che meritano eccome un confronto serio – ma il riflesso pavloviano che si accende ogni volta che emerge un tema strutturale della giustizia o delle istituzioni. Invece di argomentare, si tirano fuori fantasmi, complotti, finte interviste di Falcone, aneddoti cuciti a mano per alimentare la paura. E così il Paese resta fermo, intrappolato tra superstizioni politiche e un eterno richiamo all’“allarme democratico”.
Siamo solo all’inizio della campagna referendaria. Se queste sono le premesse, prepariamoci a un mese di leggende metropolitane, di gufi evocati a orologeria e di Gelli trasformato nel convitato di pietra di ogni talk show. Flaiano, come sempre, l’aveva vista lunga: la situazione è grave, ma non riusciamo a prenderla sul serio. E forse questo è il vero problema.
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