Sulla separazione delle carriere, la campagna di Pd e Anm è faziosa e falsificante
Tutta basata sull’obiettivo di assoggettare Pm al governo e sul risultato di calpestare la Costituzione e favorire mafia e criminalità. Poteva essere questo l’intento di Falcone e Pannella? Tutto pur di non entrare nel merito.
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In principio fu Giovanni Falcone. “Chi, come me, richiede che giudice e pubblico ministero siano due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo”, lamentò lo stimato magistrato in un’intervista rilasciata a Mario Pirani di Repubblica nel lontano ottobre 1991. Sette mesi dopo fu assassinato dalla mafia.
È mai possibile che un uomo come Giovanni Falcone auspicasse la separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e magistrati giudicanti con l’obiettivo recondito di “calpestare la Costituzione”, “ridurre al silenzio la magistratura” o, peggio, “favorire le mafie e la criminalità”? E Marco Pannella? E gli ex giudici costituzionali Sabino Cassese e Nicolò Zanon? E il politologo Angelo Panebianco? E lo storico Ernesto Galli della Loggia? E l’ex pm Antonio Di Pietro? E gli attuali vertici della Fondazione Luigi Einaudi? Tutti parte della medesima associazione per delinquere volta a realizzare un diabolico disegno eversivo?
L’accusa, con tutta evidenza, non sta in piedi. Eppure è l’accusa che si leva dai ranghi dell’Associazione nazionale magistrati, così come dalle colonne del Fatto quotidiano e dalle file del Partito democratico, del Movimento 5stelle, di Alleanza Verdi Sinistra…
In vista del referendum costituzionale della prossima primavera, i critici della riforma Nordio evitano accuratamente di entrare nel merito della legge. Evitano di dire che, in un Paese dove 1000 innocenti vengono incarcerati mediamente ogni anno, separare le carriere di chi giudica dalla carriera di chi accusa è l’unico modo per dare concreta attuazione al principio della parità tra accusa e difesa fissato dall’articolo 111 della Costituzione e coerente con l’introduzione del rito accusatorio avvenuta nel 1989. Evitano di dire che la separazione delle carriere è prevista dagli ordinamenti di tutte le democrazie occidentali, mentre la carriera unica è regola in Turchia e in pochi altri sistemi semi autoritari. Evitano di dire che l’introduzione del criterio del sorteggio per i membri dei due Csm è il solo modo per disarticolare il potere clientelare delle correnti emerso in occasione dello scandalo Palamara. Evitano di dire che l’introduzione di un’Alta Corte con il compito di giudicare disciplinarmente l’azione dei magistrati consentirà di superare l’imbarazzante dato delle 15-20 sanzioni disciplinari erogate mediamente ogni anno dall’attuale Csm.
Si preferisce, comprensibilmente, parlare d’altro. Evocare spettri, ergersi a difensori della democrazia, lanciare accuse generiche. Come quella di voler assoggettare i pubblici ministeri al governo. Un falso assoluto, dal momento che l’articolo 104 della Costituzione riformato sostiene nero su bianco che la magistratura è “un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”.
La campagna referendaria è, dunque, cominciata all’insegna di una drammatizzazione e di una falsificazione senza precedenti. Spiace, a dir poco spiace, che a rendersene protagonisti siano stati l’associazione di rappresentanza di un ordine dello Stato (l’Anm) e un partito politico che un tempo aveva vocazione di governo e senso delle istituzioni (il Pd).
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