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La resa dell'Europa a Trump c'è già stata

Senza Global Minimum Tax i colossi Usa risparmiano cento miliardi.

La resa dell'Europa a Trump c'è già stata

Aspettando i dazi, sulla tassazione delle multinazionali il presidente americano ha ottenuto col bullismo diplomatico un risultato clamoroso, che rischia di compromettere anni di lavoro dei governi per impedire che grandi aziende usino paradisi fiscali o giurisdizioni a bassa imposizione per pagare meno tributi. La questione passa sul tavolo dell’Ocse e del G20

Donald Trump ha già ottenuto la resa dell’Europa. Non sui dazi, tema su cui i negoziati procedono a rilento e tra le minacce altalenanti della Casa Bianca di tariffe esorbitanti, ma sulla tassazione delle multinazionali. Nel corso dell’ultimo G7 che si è tenuto a fine giugno in Canada, infatti, gli Stati Uniti hanno preteso e ottenuto dagli alleati un’esenzione fiscale per le grandi società americane che rischia di compromettere anni di lavoro dei governi delle maggiori economie mondiali per imporre un livello minimo di tassazione sulle multinazionali a livello globale. Si tratta della Global Minimum Tax, la tassa minima globale nata con l’intento di colpire i profitti sottratti al fisco da parte dei colossi societari che operano in tutto il mondo attraverso controllate in diversi Paesi e che adottano la pratica di scegliersi la giurisdizione con le aliquote più favorevoli per registrare i propri utili. L’esenzione vale per le società americane, in primis le Big Tech ma in generale tutti le società a stelle e strisce interessate dall’accordo che era stato raggiunto, a fatica, dal G20 nel suo formato allargato a 147 Paesi, nel 2021.

Trump ha ottenuto una vittoria con il metodo che ormai contraddistingue la sua amministrazione: il bullismo diplomatico. L’accordo sarà discusso nelle prossime settimane all’Ocse, l’organizzazione internazionale che quattro anni fa raggiunse lo storico accordo sulla global minimum tax per porre fine alle pratiche di  elusione fiscale delle multinazionali, in particolare le Big Tech statunitensi. Per il segretario generale dell’Ocse, Mathias Cormann, la decisione del G7 è “un’importante pietra miliare nella cooperazione fiscale internazionale”. In realtà si tratta di una pesante battuta d’arresto per quello che viene definito il Secondo Pilastro dell’accordo fiscale internazionale, che prevede un livello minimo di tassazione sulle multinazionali a livello globale per limitare la competizione fiscale tra Stati e l’erosione della base imponibile. Prevede infatti che gruppi multinazionali con fatturato superiore a 750 milioni di euro paghino una tassazione minima del 15%, e nel caso una controllata della capogruppo paghi meno del 15% in uno Stato, lo Stato della casa madre può imporre una tassa integrativa (Top-up Tax) per arrivare alla soglia prefissata. L’obiettivo è intuibile, serve a impedire che le imprese usino paradisi fiscali o giurisdizioni a bassa imposizione per pagare meno tributi. Il Secondo Pilastro si affianca al Primo, mai implementato, che prevede di spostare parte dei diritti di tassazione dai Paesi dove ha sede la multinazionale verso i Paesi in cui essa genera ricavi: norma ancora più tagliata sulle Big Tech e società di servizi digitali, prendeva di mira i colossi americani – ma non solo – come Google, Meta, Amazon e così via.

La frenata del G7 ora dovrà passare al vaglio dell’Ocse e del G20 nel suo formato allargato. Per Manal Corwin, responsabile della divisione fiscale dell’Ocse, la dichiarazione del G7 non è vincolante e qualsiasi proposta dovrà essere approvata da 147 paesi dell’organizzazione come fu nel 2021. “Il G7 da solo non può prendere questa decisione”. Tuttavia le speranze che le multinazionali americane inizino a pagare più tasse sono destinate ad affievolirsi. Per Trump, da sempre contrario, si tratta di una vittoria notevole, dato che si stima che farà risparmiare alle aziende Usa 100 miliardi di dollari in tasse all’estero. L’avversione del tycoon alle tasse sulle aziende digitali d’altro canto era già emersa anche nel duro confronto commerciale con il Canada, quando la minaccia di dazi smisurati ha costretto il governo di Ottawa a introdurre e subito dopo ritirare la digital tax sulle aziende americane.

Sulla tassa minima globale ha fatto lo stesso. Contrario al secondo pilastro, il partito del presidente americano aveva inserito nella legge fiscale targata Trump, la One Big Beautiful Bill, la “tassa della vendetta”. I repubblicani del Congresso a un certo punto hanno incluso nell’OBBB una disposizione fiscale che avrebbe dato al presidente il potere di imporre tasse aggiuntive alle multinazionali con sede all’estero che facevano affari negli Stati Uniti se i loro paesi d’origine avessero applicato tasse discriminatorie alle multinazionali con sede negli Stati Uniti. Una ritorsione in piena regola contro il meccanismo dell’UTPR, la tassazione integrativa che portava al 15% le imposte da versare. Secondo il think tank di Bruxelles Bruegel, la scappatoia offerta dal G7 del Canada offre “potenzialmente alle aziende statunitensi un vantaggio competitivo. Il rischio reale sarebbe che le aziende trasferiscano la propria sede negli Stati Uniti per beneficiare di una tassazione più bassa. Questo rischio sembra limitato, poiché gli Stati Uniti non sono (ancora) un paradiso fiscale, ma dovrebbe essere monitorato attentamente dai partner statunitensi”.

Alla fine, il G7 ha dovuto cedere al ricatto fiscale di Washington. Ora si teme per i vantaggi competitivi di cui godono le multinazionali statunitensi, società soggette a tassazione sugli utili dichiarati all’estero e sottotassati. Si tratta della Gilti (Global Intangible Low Tax Income) introdotta nel 2017, ma prevede paletti meno stringenti. Infatti si applica quando l’aliquota media effettiva all’estero è inferiore al 10,5%, a differenza dell’imposta minima OCSE, che si calcola paese per paese e con un’aliquota del 15%. Un dato è evidente, secondo il Peterson Institute: le multinazionali americane sono “state protette da qualsiasi azione punitiva”. Segnale che la brutale diplomazia economica di Donald Trump, alla fine, funziona.

di Claudio Paudice Il Dubbio

 

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