Anno: XXV - Numero 89    
Mercoledì 22 Maggio 2024 ore 13:00
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Diventare avvocato, il caos del nuovo esame aggiuntivo.

I praticanti milanesi scrivono a Nordio

Diventare avvocato, il caos del nuovo esame aggiuntivo.

Non sono tempi facili per chi aspira a diventare avvocato in Italia. Dopo le mille incertezze e oscillazioni che le modalità di svolgimento dell’esame di abilitazione all’avvocatura hanno subito durante e dopo la pandemia (con le canoniche tre prove scritte più una orale sostituite provvisoriamente dal cosiddetto “doppio orale” e poi, ad oggi, da uno scritto e un orale), a impensierire i praticanti avvocati è arrivata abbastanza a sorpresa l’introduzione di una nuova prova scritta, il cui superamento è necessario per accedere all’esame di Stato vero e proprio.

Si tratta della “verifica finale” della scuola forense obbligatoria: un corso da 160 ore che i praticanti sono tenuti a frequentare dall’aprile 2022 (dopo quasi 4 anni di proroghe dall’introduzione formale), in aggiunta e in parallelo alla canonica pratica da svolgersi presso un avvocato del libero foro. Ma la scuola inizialmente non prevedeva un esame finale: questo è stato aggiunto solo all’inizio di luglio 2023 (precisamente dall’art. 4 quater, comma 10, del decreto-legge 51/2023, convertito con modificazioni dalla legge 87/2023).

Sarà dunque necessario superare questa ulteriore prova (“consistente nella redazione di un parere o di un atto sugli argomenti relativi agli insegnamenti svolti nel corso di formazione”) per completare la scuola forense e potersi iscrivere validamente all’esame di abilitazione. In caso di bocciatura, l’esame andrà necessariamente ripetuto nella sessione dell’anno successivo; non prima di aver ri-frequentato gli ultimi sei mesi di corsi.

La lettera dei praticanti dell’Ordine di Milano

Un ennesimo, improvviso aggravio del già lungo percorso per diventare avvocati non poteva che suscitare reazioni tra i giovani giuristi. “Ci ha colto non poco di sorpresa, in quanto ci saremmo aspettati quel minimo di preavviso che in uno Stato di diritto non può essere negato a chi si appresta a svolgere un esame di abilitazione al fine di conseguire il proprio posto all’interno della società dopo anni di studio” recita una lettera scritta dai praticanti avvocati dell’Ordine di Milano e indirizzata al ministro della Giustizia Carlo Nordio (nella foto).

Ma non è solo la tempistica poco clemente che ha messo in allerta in giovani giuristi milanesi: a preoccuparli ci sarebbe anche un maldestro coordinamento tra le finestre temporali di applicazione delle varie normative. In particolare, essi lamentano la discriminazione di coloro che si sono iscritti al registro praticanti nel lasso di tempo che va dal 1 aprile al 7 luglio 2022: i quali, pur rientrando tra coloro che sosterranno l’esame di Stato nel 2023, sono teoricamente tenuti ora a sostenere anche la suddetta verifica finale, nonostante i corsi della scuola forense siano per molti di essi già terminati o ancora in corso.

Questa sotto-categorizzazione degli iscritti al registro in quel determinato lasso di tempo, affermano i praticanti milanesi, “è del tutto contingente in quanto costituisce il mero risultato delle ripetute proroghe che hanno procrastinato l’entrata in vigore della scuola forense”. Spiegano i praticanti che sarebbe bastata una proroga ulteriore di soli tre mesi (facendo entrare in vigore la scuola forense l’8 luglio 2022 invece che il 1 aprile) “per eliminare la suddetta discriminazione e implementare il nuovo regime come unitario, per tutti i praticanti che dovranno sostenere l’esame di abilitazione nella sessione 2024”. Una mossa che avrebbe evitato imbarazzi anche agli Ordini regionali, molti dei quali non hanno ancora fornito alcuna indicazione sullo svolgimento di questa nuova prova di verifica, che andrà ad ogni modo organizzata necessariamente tra settembre e ottobre 2023, per non accavallarsi con il periodo dell’esame di Stato vero e proprio.

La giovane avvocatura in Italia, prima e dopo l’esame

Le inefficienze del legislatore, concludono i praticanti di Milano, “non possono legittimamente tradursi in un peso ingiusto per coloro che da molti mesi a questa parte si impegnano ogni giorno al fine di poter svolgere la professione per cui hanno investito anni di studio”.

Come saprà chiunque sia avvocato o punti a diventarlo, questa non è la prima polemica a investire il tema del trattamento dei praticanti avvocati e la gestione e valorizzazione delle loro carriere. Le modalità con cui si diventa avvocati in Italia sono da tempo oggetto di discussione, in quanto ritenute obsolete rispetto all’evoluzione che la professione forense ha vissuto negli ultimi vent’anni. A fine 2020, MAG aveva interpellato i managing partner dei principali studi legali d’affari italiani, constatando quanto fosse necessario un loro aggiornamento. Ma il legislatore non sembra aver colto l’occasione data dall’anno zero post-pandemico per una riforma organica dell’esame di abilitazione.

Questa inerzia arriva in un contesto, quello italiano, in cui (al netto dell’eccezione rappresentata dagli studi legali d’affari) una consistente maggioranza dei praticanti avvocati non percepisce alcuna retribuzione. E una volta abilitati, mediamente intorno ai 30 anni, i compensi sono comunque modesti: come testimoniano i dati del rapporto Cassa Forense-Censis sull’avvocatura italiana, mediamente è solo dai 35 anni in poi che il reddito di un avvocato supera i 20mila euro annui, e dai 40 in poi che supera i 30mila euro.

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