Meloni detta la linea su sicurezza, Ucraina e riforme: conferenza di inizio anno ad alta densità politica
Dalla politica estera alle riforme istituzionali, la premier rivendica scelte e rilancia: il 2025 come anno della svolta.
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La presidente del Consiglio ha rivendicato la disponibilità del governo ad aprire un confronto senza steccati con gli operatori del settore. «Vediamo un mondo che continua a cambiare – ha spiegato – ci sono questioni aperte, nuove tecnologie che rischiano di impattare in modo decisivo. Se si vuole aprire un ragionamento insieme su come sostenere la professione in un contesto in cui le trasformazioni sono molto più grandi di noi, io ci sono, il governo c’è». Un’apertura che chiama in causa anche il Parlamento, indicato come il luogo naturale per costruire una sintesi condivisa.
In questo quadro, l’equo compenso rappresenta uno dei tasselli centrali. L’obiettivo dichiarato è quello di garantire parametri chiari e vincolanti per il lavoro autonomo e professionale, superando una stagione di squilibri che, soprattutto nel mondo dell’informazione, hanno prodotto precarizzazione diffusa e compensi spesso giudicati inadeguati. Le tabelle attese entro febbraio dovrebbero servire proprio a colmare questo vuoto applicativo, dando concretezza a un principio che il governo considera irrinunciabile.
Meloni ha collegato il tema anche a una visione più ampia di riforma delle professioni, indicando nella legge sulle professioni un possibile contenitore per affrontare le trasformazioni in atto. «È un tema che mi sta particolarmente a cuore», ha sottolineato, lasciando intendere che il dossier non riguarda solo i giornalisti ma l’intero universo del lavoro professionale, chiamato a confrontarsi con l’innovazione tecnologica, l’intelligenza artificiale e la competizione globale.
Il messaggio politico che arriva da Palazzo Chigi è quello di una volontà di accelerare dopo una fase di stallo, consapevole delle tensioni che il ritardo nell’attuazione dell’equo compenso ha generato tra ordini professionali, associazioni di categoria ed editori. L’ammissione delle “lungaggini” viene accompagnata dalla promessa di un cambio di passo, con l’impegno a chiudere i nodi tecnici e a rendere operative le norme già approvate.
La conferenza di fine anno è stata anche l’occasione per ribadire che il governo non intende affrontare il tema in modo isolato o ideologico. L’approccio rivendicato da Meloni è pragmatico: ascolto delle parti, consapevolezza dei limiti dell’intervento pubblico e attenzione a un settore che, secondo la premier, è essenziale per la qualità della democrazia. «Sostenere la professione» non significa solo garantire redditi adeguati, ma anche preservare un ecosistema informativo pluralista e credibile.
In questo senso, l’equo compenso viene presentato come uno strumento di equilibrio, non come una misura punitiva. Un modo per riconoscere il valore del lavoro professionale e per evitare che la compressione dei compensi finisca per impoverire l’offerta informativa e, di conseguenza, il dibattito pubblico.
Febbraio diventa dunque il mese chiave. È lì che il governo conta di trasformare gli impegni in atti concreti, mettendo fine a una fase di incertezza che ha alimentato polemiche e aspettative. La promessa è quella di un confronto aperto ma finalizzato, con l’obiettivo di arrivare a soluzioni operative capaci di reggere nel tempo.
Per la premier, la partita sull’equo compenso non è solo tecnica, ma politica e culturale. In gioco c’è il riconoscimento del lavoro intellettuale e professionale in un contesto economico che tende a svalutarlo. Una sfida che il governo rivendica come propria e che, nelle intenzioni di Meloni, dovrebbe segnare una svolta nei rapporti tra istituzioni, professionisti e mercato.
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