L’IA CONQUISTA I PROFESSIONISTI
Secondo Confprofessioni quasi il 60 per cento dei professionisti usa abitualmente strumenti di IA, ma la diffusione non è uniforme
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L’intelligenza artificiale non è più una tecnologia del futuro per i liberi professionisti italiani: è già presente nelle loro pratiche quotidiane. Secondo l’ultimo Osservatorio delle Libere Professioni di Confprofessioni, elaborato su un campione di circa 1.180 liberi professionisti intervistati tra settembre e ottobre 2025, il 58,2% dichiara di utilizzare strumenti di IA frequentemente, il 25,4% raramente, e solo il 16,4% afferma di non averli mai usati.
I professionisti che più usano l’AI
Il quadro, tuttavia, è tutt’altro che uniforme. Tra le categorie che mostrano i tassi di utilizzo più elevati spiccano le professioni economico-finanziarie con il 76,7% di utilizzatori frequenti, seguiti dai commercialisti ed esperti contabili (64,5%) e dalle professioni tecnico-specialistiche (64,3%). All’opposto, architetti e geometri (45,9%) e medici e altre professioni sanitarie (45,9%) risultano i meno inclini all’adozione.
La mappa dell’uso dell’AI in Italia
La variabile geografica incide, ma in misura contenuta: il Nord Est guida con il 65,5%, mentre il Centro si ferma al 52,4%. Più marcata invece la differenza di genere — i professionisti maschi utilizzano l’IA frequentemente nel 59,6% dei casi contro il 56,2% delle colleghe — e soprattutto quella anagrafica: tra gli under 44 l’utilizzo frequente raggiunge il 65,3%, scendendo al 49,4% tra gli over 65. La dimensione dello studio conta: chi ha 6-9 dipendenti usa l’IA al 72,9%, contro il 47,8% di chi ha un solo dipendente.
Gli ostacoli all’uso dell’AI
Tra il 16,4% che non ha ancora adottato strumenti di intelligenza artificiale, le ragioni del rifiuto sono eloquenti. La barriera principale — segnalata dal 56% dei non-utilizzatori — è la scarsa conoscenza delle potenzialità dello strumento per il proprio lavoro. Al secondo posto, il 38,9% dichiara di preferire i metodi tradizionali. Seguono le preoccupazioni su privacy e sicurezza dei dati (17,6%), la percezione che gli strumenti non siano utili per la propria attività (12,4%) e la mancanza di strumenti adeguati (9,8%).
Marginali, invece, le obiezioni legate ai costi (4,7%), all’impatto ambientale (4,1%) o alla complessità d’uso (4,1%). Il problema, dunque, non è tecnico né economico: è culturale e informativo. Chi non usa l’IA, nella maggior parte dei casi, semplicemente non sa cosa potrebbe farci.
A cosa serve l’IA nello studio professionale
Tra chi ha già adottato strumenti di intelligenza artificiale, l’attività più comune è la generazione e revisione di testi, citata dal 57,8% del totale — con punte dell’87,7% tra le professioni economico-finanziarie e del 79,3% tra quelle tecnico-specialistiche. Seguono la ricerca normativa, giurisprudenziale o contrattuale (52,1%), le traduzioni (38,1%) e la sintesi automatica di documenti (36,3%).
Più contenuto, ma significativo, l’uso per la generazione di immagini, audio e video (20,4%), l’aggiornamento professionale (20,2%) e la produzione di contenuti per comunicazione e marketing (16,5%). L’automazione di attività ripetitive si ferma al 9,7% del totale, mentre l’assistenza clienti tramite chatbot è ancora una nicchia (3,8%).
La distribuzione per professione rivela specializzazioni interessanti: gli avvocati e notai si distinguono per la ricerca normativa (67,8%), i consulenti del lavoro per il supporto alla conformità normativa (50,4%), i medici per l’analisi di immagini diagnostiche (27,7%).
Competenze ancora superficiali, ma la formazione è considerata essenziale
Nonostante la diffusione dell’uso, il livello di padronanza dell’IA resta limitato. Tra chi la utilizza, il 59,8% dichiara una conoscenza “di base”, il 28,6% superficiale, e solo il 10,8% approfondita. Lo 0,8% ammette di non averne alcuna, pur usando gli strumenti.
Il punteggio medio di autovalutazione della competenza, su una scala da 1 a 5, si ferma a 2,50 per il totale. I più sicuri di sé sono i professionisti delle categorie economico-finanziarie (2,91), seguiti da archeologi e professionisti culturali (2,73) e tecnico-specialisti (2,71). In fondo alla classifica si trovano architetti e geometri (2,24) e medici (2,27).
La formazione è percepita come la risposta necessaria: il 60% di chi usa già l’IA prevede di formarsi nei prossimi mesi perché lo ritiene utile, e un ulteriore 16% lo considera essenziale. La modalità preferita sono i corsi o workshop operativi (54%), seguiti dalla formazione promossa da ordini e casse professionali (51%). Online e piattaforme specializzate come Coursera o Udemy raccolgono il 30% delle preferenze.
Anche tra chi non usa l’IA, il 24% considera utile formarsi e il 5% lo ritiene essenziale — segnale che la barriera non è la resistenza ideologica, ma la mancanza di un percorso accessibile.
La propensione a investire: numeri concreti sul tavolo
La disponibilità a investire risorse economiche sull’intelligenza artificiale è alta e trasversale. Con incentivi o supporti economici, il 75% dei professionisti (tra chi usa e chi non usa l’IA) si dichiara assolutamente o probabilmente propenso ad adottarla o ampliarla. Solo il 5% si dice assolutamente contrario.
In termini assoluti, i professionisti sarebbero disposti a investire in media 1.431 euro in formazione e quasi 2.000 euro in strumenti (1.988 euro). Gli avvocati e notai mostrano la disponibilità più alta per gli strumenti (2.222 euro), seguiti dai commercialisti (2.277 euro). All’estremo opposto, archeologi e professionisti culturali si fermano a 650 euro sia per la formazione che per gli strumenti.
L’IA negli studi professionali: i dipendenti sono più cauti
Un secondo filone dell’indagine ha riguardato i dipendenti degli studi professionali, rilevati a ottobre 2025. Tra loro, l’utilizzo frequente di IA scende al 39,8% (contro il 58,2% dei titolari), il 34,5% la usa raramente e il 25,7% non l’ha mai utilizzata.
La gerarchia interna conta molto: tra i quadri il tasso di utilizzo frequente raggiunge il 67,4%, mentre scende al 26,7% tra il personale con mansioni d’ordine. L’emozione prevalente è ancora l’interesse e la curiosità (58,5%), ma la preoccupazione è molto più diffusa che tra i professionisti titolari (49,4%). Il personale con mansioni d’ordine stima che il 63% dei propri posti di lavoro sia a rischio — dato che riflette una percezione di vulnerabilità strutturale assente nelle categorie più qualificate.

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