NO AL SEQUESTRO DEL LAVORO DEI PROFESSIONISTI
Il «setaccio fiscale» rischia di trasformare i compensi in bottino erariale.
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C’è qualcosa che non torna in una macchina fiscale che, per recuperare un debito di 5.000 euro, può arrivare a prosciugare un compenso professionale di 3.000 o 4.000 euro. Non è la riscossione a essere in discussione. È la misura. È la proporzione. È, soprattutto, l’idea che il professionista possa essere privato del frutto del proprio lavoro prima ancora di avere la possibilità di spiegare, contestare, documentare.
Il nuovo meccanismo dell’articolo 48-bis del D.P.R. 602/1973, operativo dal giugno 2026, merita per questo una riflessione politica e giuridica molto più seria di quella finora ricevuta.
Perché qui non siamo davanti a una semplice procedura amministrativa. Siamo davanti a un sistema che può incidere direttamente sulla liquidità di chi lavora, paga tasse e contributi, sostiene i costi di uno studio e deve continuare a far funzionare la propria attività.
Il paradosso è evidente: lo Stato vuole recuperare un debito e rischia di mettere il debitore nella condizione di non poter più pagare gli altri debiti.
È una logica che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore un sistema fiscale equilibrato.
L’iniziativa promossa dall’avvocato Luigi Maria Vitali, Segretario generale di Azione Forense, va esattamente al cuore del problema. L’istanza presentata il 4 agosto alle principali istituzioni dello Stato chiede di correggere una distorsione che rischia di trasformare il «setaccio fiscale» in una sorta di prelievo automatico sui compensi professionali.
E la richiesta è tutt’altro che rivoluzionaria.
Non si chiede di cancellare i debiti fiscali. Non si chiede di impedire allo Stato di riscuotere. Non si chiede una corsia privilegiata per i professionisti.
Si chiede una cosa molto più elementare: prima di prendere i soldi, ascoltate chi quei soldi li deve ricevere.
Il professionista non può essere colpevole fino a prova contraria
Oggi la posizione debitoria risultante dagli archivi della riscossione può essere condizionata da una serie di circostanze: pagamenti già effettuati, sgravi, sospensioni, rateizzazioni, definizioni agevolate, errori di calcolo o persino errori nell’individuazione del debitore.
Eppure il meccanismo può partire.
Il professionista può scoprire che il proprio compenso è stato intercettato quando ormai la liquidità è già stata sottratta.
Dov’è il contraddittorio?
Dov’è il diritto di spiegare preventivamente che quella somma è contestata, sospesa, rateizzata o magari già pagata?
La proposta avanzata nell’istanza è persino prudente: una comunicazione preventiva e dieci giorni per presentare le proprie ragioni, con sospensione del trasferimento delle somme.
Dieci giorni.
Non una sanatoria. Non un condono. Non un regalo.
Dieci giorni per evitare che un errore amministrativo diventi un danno patrimoniale.
Il Fisco deve riscuotere, non strangolare
Il punto più politico della questione riguarda però la possibilità di assorbire integralmente il compenso.
Qui il legislatore dovrebbe fermarsi e guardare cosa accade nella vita reale degli studi professionali.
Un compenso non è semplicemente denaro disponibile. È anche affitto, personale, software, assicurazioni, utenze, previdenza, imposte, consulenze, formazione, strumenti di lavoro.
Se arriva una parcella da 4.000 euro e quella somma viene interamente trattenuta, il professionista non perde soltanto 4.000 euro.
Perde liquidità.
E quando manca la liquidità, saltano gli equilibri.
È questa la contraddizione più clamorosa del sistema: nel nome della riscossione di un debito passato si può compromettere la capacità del professionista di onorare quelli presenti.
La proposta di fissare al 20% della componente imponibile la quota massima destinabile alla riscossione introduce finalmente un criterio di proporzionalità.
Lo Stato continuerebbe a essere creditore. Il debito resterebbe intatto. La riscossione proseguirebbe con gli strumenti ordinari.
Ma non si trasformerebbe ogni singolo pagamento in un’occasione per svuotare completamente la cassa del professionista.
E sul patrocinio a spese dello Stato la questione diventa ancora più grave
C’è poi un caso che dovrebbe far riflettere ancora di più: quello degli avvocati impegnati nel patrocinio a spese dello Stato.
Parliamo di professionisti che garantiscono concretamente il diritto di difesa previsto dalla Costituzione. Professionisti che spesso aspettano mesi o anni per ottenere la liquidazione dei propri compensi.
E quando finalmente arrivano, quelle somme potrebbero essere integralmente intercettate.
Il rischio è evidente: rendere economicamente sempre meno conveniente una funzione che lo Stato stesso considera essenziale.
Se il sistema finisce per scoraggiare gli avvocati dal prestare il patrocinio a spese dello Stato, non sarà soltanto un problema della categoria forense.
Sarà un problema dei cittadini più fragili.
Una questione di civiltà giuridica
La vera domanda, allora, è una sola: quanto può spingersi lo Stato nella riscossione prima di entrare nel territorio della sproporzione?
La Costituzione non vieta allo Stato di riscuotere. Ma impone che l’azione pubblica sia ragionevole, proporzionata e compatibile con l’effettività della tutela dei diritti.
Il professionista non può essere trattato come un bancomat fiscale.
Non può essere considerato una semplice posizione contabile dalla quale prelevare automaticamente denaro appena compare un debito.
Dietro quel compenso c’è lavoro. C’è un’attività economica. Ci sono obblighi verso dipendenti, collaboratori, fornitori, fisco e previdenza.
E soprattutto c’è una persona che deve poter continuare a lavorare.
Adesso la parola passa alla politica
La petizione promossa dopo l’istanza del 4 agosto sta raccogliendo adesioni e l’iniziativa ha ormai assunto una dimensione nazionale. Il dossier predisposto per il confronto parlamentare mette sul tavolo una proposta concreta.
Adesso tocca alla politica decidere se ascoltare.
Il Parlamento ha l’occasione di correggere una stortura prima che diventi un problema sistemico.
Perché una cosa deve essere chiara: la lotta all’evasione e la riscossione dei crediti pubblici sono sacrosante. Ma non possono diventare un lasciapassare per aggredire senza preavviso e senza misura il reddito prodotto dal lavoro professionale.
Il Fisco deve essere forte con chi non paga.
Ma deve anche essere giusto con chi lavora.
E quando per recuperare 5.000 euro si arriva a prendere tutto un compenso da 3.000 o 4.000 euro, il problema non è più soltanto fiscale.
È un problema di equilibrio dello Stato di diritto.
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