Vannacci e Conte, quei fili con Mosca che inguaiano destra e sinistra
Campo largo e centrodestra alle prese con alleati (o presunti tali) di simpatie filorusse (o quasi).
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La Cia, secondo il quotidiano spagnolo El Mundo, avrebbe avvertito Francia, Spagna e Italia di possibili attacchi imminenti di droni russi. In Francia il presidente Macron convoca i candidati alle prossime presidenziali: allarme rosso, dopo Lipsia sarà il nostro turno. Nel Regno Unito Downing Street è in procinto di chiedere ai cittadini di prepararsi: kit di sopravvivenza per le prime 72 ore casomai dovesse scoppiare la guerra. Il governo polacco accusa di fatto Mosca di aver appiccato l’incendio doloso alla stazione Starlink: «È il loro modus operandi». La Danimarca «non esclude» l’invasione russa di qualche Paese Nato. La Moldavia denuncia la violazione del suo spazio aereo da parte di quattro droni di Putin. In Italia il leader di una forza politica nazionale, Carlo Calenda, suona a distesa l’allarme rosso: «Siamo sull’orlo del conflitto. La Russia attaccherà un’infrastruttura militare nel corso della presidenza Trump».
Non è un clima da guerra alle porte, e davvero non lo è o non lo è ancora. Però gli somiglia come un goccia d’acqua. È possibile che la tensione che cresce ogni giorno di più tra Europa e Russia rientri nei prossimi mesi. È però anche possibile, e decisamente più probabile, che invece continui a impennarsi. Capita in contemporanea con cicli elettorali che potrebbero stravolgere il dna stesso del Vecchio Continente ed è difficile credere che si tratti di fortuita coincidenza, sia che a montare ad arte sia Mosca per influenzare il voto, sia che, al contrario, siano gli establishment europei ad amplificare l’allarme con il medesimo obiettivo anche se di segno opposto.
L’anno prossimo si vota in Francia, Italia e Spagna: secondo, terzo e quarto Paese europeo in ordine di importanza. Il principale, la Germania, non ha in calendario elezioni politiche generali. Il suo governo in compenso traballa per adoperare un pallido eufemismo. Nella prossima primavera si voterà in un Land, la Renania-Vestfalia, che non è come tutti gli altri: è il più popoloso del Paese, con 17 milioni di elettori contro il milione e rotti che ha votato domenica scorsa in Pomerania ed è il cuore industriale del Paese. Non c’è il rischio di una vittoria di AfD ma se il partito di estrema destra moltiplicasse i consensi lì, anche senza affermarsi come all’Est, sarebbe comunque un terremoto.
Che piaccia o meno gli elettori saranno molto probabilmente chiamati a votare sul rapporto con la Russia. Con la Russia, non con l’Ucraina. Gli aiuti militari a Kyiv sono parte integrante e punta emergente, particolarmente vistosa, di un pacchetto molto più corposo. Dipendono dallo stato di guerra temuta con Mosca le spese militari che, per quanti giochi di prestigio operino i governanti italiani, graveranno parecchio sul futuro dei Paesi europei e sull’Italia in particolare.
Sgorga da quel fronte buona parte della crisi energetica, poi moltiplicata dal disastro di Hormuz perché a penalizzare le economie europea e italiana sono le sanzioni contro la Russia. Per una parte dell’elettorato sia di destra che di sinistra, poi, non è solo questione di quattrini. Una certa inconfessata simpatia o almeno non-antipatia per Putin è palese e palpabile. È il rapporto con la Russia la linea di demarcazione nel Campo largo. Non è il solo fronte sul quale si registrino differenze fra i tre partiti dell’alleanza più Renzi. Però è l’unico in cui la distanza, nonostante gli sforzi ingloriosi del Pd per fare finta di niente, è molto difficilmente colmabile se non, appunto, fingendo di non vedere il problemino e accumulando polvere sotto il tappeto.
A destra solo il dossier russo impedisce davvero l’alleanza tra il centrodestra e Vannacci. Su tutto il resto la differenza è solo nei toni e nelle esagerazioni propagandistiche. Non significa che senza lo scoglio russo l’accordo sarebbe fatto: le considerazioni politiche dei soggetti in campo lo ostacolerebbero comunque. Significa però che gli stessi soggetti, se volessero, potrebbero formare una coalizione che è invece resa impraticabile dalla sola vera insanabile contrapposizione. Il problema c’è per tutti, chiaramente delineato. Quello che non si può prevedere oggi con certezza sono le sue dimensioni. Già oggi è un dossier che nemmeno con tutta la cattiva volontà del mondo può essere derubricato a questione significativa ma tutto sommato non fondamentale. Ma se la contrapposizione tra Europa e Russia proseguirà e s’intensificherà e rischi oggi solo paventati diventeranno più realistici si trasformerà in una montagna poco sormontabile. Da quella porta stretta dovranno passare tutte le forze politiche.
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