Perché la legge elettorale Meloni mortifica la democrazia
La proposta di riforma elettorale in esame in Parlamento è sbagliata e non consente aggiustamenti. Va rigettata completamente, per alcuni semplici motivi.
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“Coloro che controllano le candidature, controllano i partiti e la democrazia”. La proposta di riforma elettorale in esame in Parlamento è sbagliata e non consente aggiustamenti. Va rigettata completamente, per alcuni semplici motivi: nomina dei parlamentari, premio, ballottaggio e rappresentatività.
La stabilità – diversa dalla governabilità – non si ottiene a scapito della democrazia, alterando i rapporti tra organi costituzionali dello Stato.
Il premio di maggioranza e il ballottaggio non esistono al mondo. La proposta prevede 70 deputati e 35 senatori nominati, senza che si presentino alle elezioni. Cui si sommano i rimanenti (330 e 165) eletti in collegi plurinominali con liste chiuse/bloccate. Il risultato sarebbe un Parlamento completamente scelto dalle segreterie di partito senza alcun contributo dei cittadini/elettori. Il rapporto eletto/elettore verrebbe completamente annullato soprattutto in presenza di collegi grandi in termini di eletti e di dimensione geografica. Uno scenario che rimanda al 1929 quando il fascismo impose una scelta – tra Sì e No – su un Listone di 400 deputati indicati dal duce.
I sistemi elettorali nazionali con “premio” non esistono al mondo e sono ingiusti e diseguali nelle conseguenze. La proposta in esame consentirebbe a un partito/coalizione significativamente inferiore al 50% dei consensi di avere quasi il 60% dei seggi. Tale maggioranza permetterebbe di eleggere membri di organismi costituzionali (Csm e Corte costituzionale e il presidente della Repubblica) a opera di un solo schieramento politico anche con una percentuale di voto bassa.
Inoltre, c’è perfino il rischio che possa vincere un partito/coalizione concentrati geograficamente in una sola area del Paese; nel disegno di legge viene violato il principio di uguale rappresentanza territoriale escludendo alcune regioni (Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta) dal computo per l’attribuzione del premio, ma includendole nel ballottaggio.
Considerando la disaffezione democratica, il premio potrebbe essere attribuito a un partito/coalizione in elezioni segnate da astensione superiore al 50%.
Il ballottaggio parlamentare – non previsto in alcun ordinamento al mondo – innesca una dinamica che mortifica la rappresentanza in favore di una sola parte politica, quella vincente, con una percentuale di seggi irragionevole rispetto al consenso reale e ai rapporti di forza nel Paese. Inoltre, in un sistema bicamerale simmetrico si potrebbe avere un risultato elettorale diverso e quindi anche in termini di “premio”. La stabilità – diversa dalla governabilità – va conseguita bilanciando rappresentatività e rapporto elettore/eletto nel rispetto degli organi costituzionali dello Stato.
Infine, va rilevato che si tratterebbe della quinta riforma elettorale in meno di quarant’anni; senza contare che nel 2024 la Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa ha ribadito la necessità che le leggi elettorali non vadano modificate nell’anno precedente la fine della legislatura.
Tutti i sistemi elettorali consentono – in forma più o meno decisiva – agli elettori di incidere sulla scelta dei parlamentari. La proposta in esame annulla definitivamente il ruolo dell’elettore e spezza il principio di rappresentanza, in violazione, tra l’altro, degli articoli 2, 3, 56, 57, 58 e 92 della Carta costituzionale nonché della giurisprudenza della Corte in materia di riconoscibilità dei candidati; pone inoltre una sproporzione tra voti ricevuti e seggi attribuiti ai partiti.
Per queste ragioni, cittadini e politici si mobilitino per manifestare un forte dissenso affinché il Parlamento rigetti questa proposta.
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