L’ultimatum dei lumbard a Salvini
Romeo e Fontana chiedono una gestione collegiale. Borghi contrattacca: «Vogliono i posti in lista». Il 20 settembre la resa dei conti.
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Adesso c’è anche una scadenza. «Prima di Pontida ci deve essere l’occasione per trovare una soluzione insieme». Massimiliano Romeo trasforma il malessere della Lega lombarda in una sorta di ultimatum a Matteo Salvini: entro il raduno del 20 settembre il segretario dovrà dare una risposta alla richiesta di cambiare rotta e soprattutto metodo di gestione del partito. «La Lega così non va e Salvini ne ha preso atto», scandisce il capogruppo al Senato dalla Versiliana, proponendo una «squadra» che coinvolga Luca Zaia e «i governatori che hanno maggior appeal sul territorio». Attilio Fontana aggiunge anche i sindaci. Il governatore lombardo precisa che «non è una lotta contro Salvini», ma rivendica di aver dato voce «alle difficoltà che si trovano nelle sezioni, ai malumori che purtroppo si respirano».
Romeo è ancora più esplicito: «Quando i militanti ti dicono che così la Lega non va e non vi votiamo più», un dirigente ha il dovere di riferirlo. Il problema è anche politico: le mozioni congressuali sul ritorno ai temi del Nord sono rimaste lettera morta e il partito «si è sempre più schiacciato sulla destra», rischiando di diventare «una brutta copia» di chi su quel terreno è più credibile. Ad accogliere i due alla Versiliana anche tre militanti salviniani con il cartello «Il Capitano non si tocca» e il coro «C’è solo un Capitano». Gelida la replica di Romeo: «Poi siamo noi quelli che vogliono dividere il partito e spaccare la Lega».
Matteo Salvini, almeno pubblicamente, continua però a mostrarsi tranquillo e a derubricare lo scontro a fisiologica dialettica interna. «Io faccio quello che ho fatto tutti i giorni da dieci anni, anzi di più: tenere unita la Lega», ha spiegato mercoledì da Pinzolo. Unità, naturalmente, «per quelli che vogliono essere uniti». Quanto alle polemiche, il segretario assicura che «mi scivolano il sangue nell’arena, quello in cui chi consiglia a Salvini delle belle epurazioni può dirlo più forte. Il governo deve andare avanti e la Lega deve continuare a fare la Lega». Nessuna intenzione, dunque, di lasciare il timone, né tantomeno di prendere sul serio la richiesta di un cambio di leadership arrivata da una parte del Nord.
A prendere molto sul serio la faccenda, semmai, è uno dei fedelissimi del Capitano, Claudio Borghi, che sceglie invece di andare all’attacco. Nel mirino finisce soprattutto la richiesta di una maggiore «valorizzazione degli amministratori», dietro la quale il senatore intravede una motivazione assai meno nobile: «Traduzione: Salvini si faccia da parte perché le liste alle prossime elezioni le voglio fare io e sostituirò i parlamentari attuali con me stesso e gli amici miei». Per Borghi, insomma, si tratterebbe di «una semplicissima questione di posti in lista». Anche perché, ricorda, «il segretario ha un solo potere: decidere le liste» e «nessuno vuol fare il leader durante i lunghi anni del mandato perché è una fatica improba: tutti lo vogliono fare quando c’è da compilare le liste. Un po’ comodo farsi vivi adesso».
Un affondo che fotografa quanto il confronto sia ormai lontano dai toni di una normale discussione interna. Borghi riconosce che governatori, sindaci e assessori rappresentano «un fiore all’occhiello», ma avverte: «Prima vengono le idee». E a chi vuole cambiare segretario ricorda che per farlo serve un congresso, «e quello della Lega c’è appena stato». Altrimenti, aggiunge, resta la strada dell’uscita dal partito, ricordando che finora i fuoriusciti non hanno avuto grande fortuna, con l’eccezione di Roberto Vannacci. Non casuale anche la stoccata al generale, accusato di «pascolare proprio nel prato opposto a quello delle svolte moderate e dei bravi amministratori», mentre Borghi torna a rivendicare la stagione del 34 per cento raggiunto dalla Lega alle Europee del 2019 sotto la guida di Salvini.
Il problema è che di prati in vista, in questo momento, ce n’è soprattutto uno. Quello di Pontida, dove il 20 settembre la Lega celebrerà il suo raduno annuale e dove arriveranno a maturazione tutte le tensioni accumulate nelle ultime settimane. A un mese esatto dall’appuntamento, sul celebre muro bianco del «Padroni a casa nostra» è comparso nottetempo uno striscione anonimo dal messaggio inequivocabile: «Una Lega rinnovata o una Pontida di rivolta». Una minaccia che rende assai meno rituale del solito l’attesa per la kermesse bergamasca.
Quasi contemporaneamente, la macchina ufficiale del partito ha cominciato a spingere proprio su Pontida con una campagna social dai toni opposti. «Manca solo un mese. Domenica 20 settembre tutti sul pratone!», recita l’account Instagram della Lega, accompagnando l’appello con un video emozionale delle passate edizioni. «Per molti è solo un prato, per noi è molto di più: è militanza, è rispetto, è valori, è una storia che continua». In sottofondo la voce di Salvini richiama «l’amore per la nostra famiglia», «le nostre radici» e «le nostre terre», fino all’invito a non cambiare mai.
Ed è proprio intorno a quel verbo che si consumerà probabilmente il prossimo capitolo dello scontro. Mentre Salvini chiama il popolo leghista a non cambiare, una parte crescente del vecchio Nord chiede esattamente il contrario. Tra un mese, sul pratone, ci sarà aria da showdown.
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