Anno: XXV - Numero 69    
Lunedì 22 Aprile 2024 ore 13:00
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Nemmeno Prodi esorcizza la capocrazia di Conte

Il leader M5s a tu per tu con Romano Prodi.

Nemmeno Prodi esorcizza la capocrazia di Conte

 

“La soluzione per il campo largo non la so, ma se volete vincere mettetevi d’accordo”, incalza il professore. Ma non smuove di un millimetro l’avvocato del popolo.

“Facciamo un bilaterale”, scherza Giuseppe Conte arrivando con qualche ritardo alla Galleria Nazionale d’arte moderna, dove con Michele Ainis e Romano Prodi presenta il saggio del giurista contro la “Capocrazia”. Più giornalisti che ospiti, con molte sedie vuote, per la prima volta in pubblico tra i due ex premier. È l’effetto Abruzzo.

 Nella sala delle Colonne, al di là delle statue di leoni feriti che costellano la scalinata della galleria, si parla di premierato. E su questo, va da sè, Prodi e Conte sono entrambi nettamente contrari. Per cui i presenti sono interessati all’altro tema, trovare il bandolo della matassa del centrosinistra. Domare il leone Conte rendendolo sensibile alle ragioni della coalizione di centrosinistra. O per dirla come recita l’ordine del giorno, esorcizzarlo dalla sua personale capocrazia. Va detto subito: neppure Prodi ci riesce.

 E dire che ci hanno già provato in molti: da ultimi Elly Schlein e Roberto Speranza, alla Camera dei deputati, ed è finita con Conte che dava del “bellicista” al Pd e la segretaria Schlein che lo redarguiva (dopo molte pressioni) a distanza di 24 ore: “Non si permetta più”. Ma questo avveniva prima dell’Abruzzo. Ora che il campo larghissimo ha fallito la prova delle regionali, ed è tornato a dividersi sulla candidatura per la Basilicata, la domanda si ripresenta: si fa o no questo centrosinistra? Su entrambi i fronti il casus belli è offerto dalle parole di Carlo Calenda: “Mai con i Cinque Stelle al governo”, ha detto il leader di Azione, per replicare ai M5s che gli intestavano le ragioni della sconfitta in Abruzzo. 

 L’argomento viene affrontato dopo quello delle riforme, che è la premessa – noiosa – d’obbligo. Conte sintetizza un punto di vista che anche Prodi appova: il premierato della Meloni stravolge i poteri del presidente della Repubblica. “Giorgia Meloni non deve venirci a raccontare la frottola che non andiamo a toccare i poteri del presidente della Repubblica, perchè quando rafforzi così intensamente il ruolo del premier hai completamente svuotato il ruolo del presidente della Repubblica, che oggi non è eletto dal popolo, ma ha un ruolo di garanzia”.

 I problemi tra i due iniziano quando si affrontano i temi di merito. Prodi ricorda che le riforme devono essere fatte assieme e meglio sarebbe che il Parlamento presenti una commissione. “La commissione procede, fa un testo che il Parlamento approva e poi si fa un referendum successivo”. Per il fondatore dell’Ulivo prima bisogna fare una legge elettorale, e cita il doppio turno, con possibile recupero proporzionale. Conte non la vede così: “Forse sono anche io per una soluzione islandese”. Sì a un passaggio parlamentare, cioè, ma prima un coinvolgimento popolare. Dove si dividono radicalmente è sulla legge elettorale: “Io penso che oggi per coinvolgere i cittadini non rimanga che un proporzionale con una soglia di sbarramento seria”, dice Conte sponsorizzando il modello tedesco. Prodi obietta: “Il proporzionale ti obbliga a delle coalizione sempre più disomegenee. Se Merkel avesse avuto in coalizione due partiti che quotidianamente litigano tra di loro cosa avrebbe fatto? Di fronte a questa realtà bisogna correggere verso un raggruppamento”.

 Finalmente si arriva al punto: come mettere su una coalizione credibile. “Professor Prodi dia un consiglio”, lo sprona Conchita Sannino che modera l’incontro. L’ex premier è netto: “Ma questo non è nel libro di Ainis, è nel cervello di Conte. Se volete vincere mettetevi d’accordo. Se volete perdere, continuate così”. Dopo lo scontro sulla politica estera (‘bellicista’, replicò Conte) è il secondo attacco che gli arriva dal Pd. E come la prima volta, il leader M5s non si fa pregare: “Magari fosse nel mio cervello, caro Romano. L’avremmo già risolto”. Il problema, dice in sostanza, è Calenda. Ma il discorso potrebbe allargarsi anche a Renzi. Che non solo gli hanno fatto perdere le elezioni in Abruzzo, ma rendono la coalizione stessa poco credibile. “Per me – dice Conte – fare politica è cercare di afferrare dei principi e poi perseguirli con trasparenza. Noi non esprimiamo dei veti, non è nel nostro obiettivo”. Il “nuovo corso” dei M5s, a differenza della fase grillina, prevede “una politica col sorriso. Ma è difficile sorridere se devi lavorare con dei leader che dichiarano esplicitamente che il loro obiettivo non è una competizione sana ma distruggere il M5s”. Fare come fa Calenda “è un problema. E in più – aggiunge Conte – quando vado sui territori io non sono capace di fingere. In Sardegna c’era un progetto credibile, serio, convincente. E abbiamo stravinto, non di 1600 voti, ma proprio stravinto perchè Soru era nel nostro campo”. E in Sardegna, ricorda, “chi vuole distruggere il M5s era in alleanza con Rifondazione Comunista”.

 Dopo la vittoria ha detto “che con me era costretto a parlare. Ma nella campagna per l’Abruzzo mentre tutti abbiamo lavorato” per la coalizione “io sono stato cannoneggiato, io e il M5s. E allora mi chiedo: ma i cittadini come fanno a votarti se vedono che addiriturra in campagna elettorale vieni dipinto come la iattura e il disastro del sistema italiano? Non è credibile, non prendi i voti”. Di qui è venuta anche l’astensione dell’elettorato M5s in Abruzzo. “Mi hanno scritto messaggi che dicevano “caro presidente, in queste condizioni non veniamo a votare”. Se non c’è coerenza, non solo non riesci a realizzare una sommatoria politica, ma neppure aritmetica. Noi non abbiamo capibastone sui territori. Non alimentiamo strutture di consenso, pacchetti precostituititi, il nostro è un voto libero. E un cittadino non si mi muove nemmeno da casa per votari così”. Quindi, conclude, “non è nella mia testa caro Romano, ma è nella serietà dei membri della coalizione”.

 C’è ancora spazio per ricordare le divisioni in politica estera, con Conte che mette in chiaro: “Le nostre posizioni sull’Ucraina e sul Medio Oriente non sono negoziabili” e Giorgia Meloni “non mi rappresenta”. Ma è la distanza dal Pd che pesa. Prodi chiude con i consigli dentro casa. A Elly Schlein. “Deve riagganciarsi con una forza popolare. Io sono andato a parlare nei licei e ho trovato dei ragazzi intelligenti e preparati che non sanno che quest’anno ci sono le elezioni europee”. Alla leader dem, Prodi propone di prendere 15 parole dell’agenda politica e di illustrarle ognuna in una discussione politica in 15 città. Dopo 15 settimane hai un programma. “Bisogna attivare un milione di persone per riprendere il rapporto col Paese. E se ho vinto io che avevo un millesimo della forza di Berlusconi, vuol dire che il sistema funziona. Questa è democrazia”. Bisognrebbe dirlo a Conte che ascolta in silenzio. Niente da fare, neppure il padre dell’Ulivo è riuscito a esorcizzare l’alleato riottoso. Conte è più ostico di Bertinotti. Anche Antonia De Mita, la figlia di Ciriaco, uno che di proporzionale se ne intendeva, è rimasta delusa. Chiede a Conte se si ricorda del padre. Poi conclude sconsolata coi giornalisti: “Ma volete mettere mio padre con Conte?”

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