Anno: XXV - Numero 105    
Giovedì 13 Giugno 2024 ore 13:30
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Meno sei al voto. Breve rassegna degli incubi della politica italiana.

Chi deve superare il quorum (Bonino, Renzi, Fratoianni, Bonelli, Calenda), chi deve far meglio della volta scorsa (Meloni), chi del predecessore (Schlein), chi del rivale (Tajani, Salvini), chi non può vivere da eterno secondo (Conte). Ognuno ha la sua angoscia, e non è l’Europa.

Meno sei al voto. Breve rassegna degli incubi della politica italiana.

Sotto elezioni i politici hanno paure che non raccontano. Spavaldi in pubblico, addirittura cafoni; ma quando cala la sera e si mettono a nanna, vivono gli stessi incubi degli studenti la settimana prima degli esami, provano le medesime turbe esistenziali (ecco perché poi li vediamo così tesi e irascibili). Tutti temono la bocciatura delle urne che però, contrariamente a ciò che accade nelle aule scolastiche, assume connotazioni diverse, è legata alle ambizioni dei personaggi. Ciò che per gli uni equivarrebbe a un traguardo, per gli altri sarebbe un pessimo risultato. Tra fiasco e trionfo può correre uno zero virgola. Ecco dunque, in rapida rassegna, le ansie che tubano il sonno dei nostri eroi a pochi giorni dal voto.

Prima angoscia: incespicare nel quorum. Il rischio non sfiora i grossi partiti ma allarma – eccome se li preoccupa – Azione, Stati Uniti d’Europa e l’Alleanza Verdi e Sinistra (Avs per gli amici). A chi non supera il 4 per cento niente rappresentanti nel Parlamento Ue, che sarebbe uno smacco anzitutto per Emma Bonino e per Matteo Renzi; i quali si sono imbarcati sull’Arca di Noè della lista comune non certo per assonanza di idee ma esclusivamente per scavalcare la soglia. Non superarla sarebbe il colmo. Idem per Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni che in più, se andassero a picco, avrebbero Ilaria Salis sulla coscienza. Per Carlo Calenda mancare il quorum equivarrebbe a un fuggi-fuggi generale, tutti si lancerebbero a nuoto, cosicché resterebbe a bordo da solo col suo cattivo carattere.

Incubo numero due: fare peggio dell’altra volta. È il tormento di Giorgia Meloni. La quale, peraltro, se l’è fabbricato con le sue stesse mani indicando come spartiacque tra sconfitta e vittoria, tra ascesa e declino, il magico 26 per cento ottenuto alle scorse elezioni politiche. Cosicché, qualora stavolta non ci dovesse arrivare, tutti direbbero che Giorgia ha perso inchiodandola alle sue stesse parole, di cui certamente lei si sarà pentita da donna intelligente qual è. E chissà se la premier sobbalzerà nel letto pensando a quel numero che, nella Smorfia napoletana, evoca l’importanza di persone sagge a cui dare ascolto, non solo sorelle o cognati o camerati. Pure Elly Schlein sogna una cifra, il 20 per cento. E pure nel suo caso sarà il termine di raffronto su cui verrà giudicata. Dovesse fermarsi a quota 19, la stessa percentuale di Enrico Letta, il suo esordio sarebbe con flop. Alla prima prova farebbe cilecca. L’accuserebbero di essere tutta chiacchiere e distintivo. Nelle sabbie mobili piddì gli alligatori spalancherebbero le fauci, com’è nobile tradizione da quelle parti.

Terza ossessione, da non dormirci su: restare eterni secondi. Che poi è il tarlo di Giuseppe Conte qualora finisse dietro a Schlein, che è quasi scontato, con lei in crescita e i Cinque stelle stazionari o in calo. Nella futura alleanza con le sinistre, l’ex premier sarebbe condannato al ruolo di vice, senza speranza di tornare a Palazzo Chigi nemmeno se la Destra fosse cacciata. Intendiamoci: c’è di peggio nella vita che fare il numero due; ma quando si è stati al potere e si è dato dal “tu” ai grandi del pianeta, con Donald Trump che ti chiamava “Giuseppi”, la prospettiva di restare un passo indietro disturba la digestione, lascia la bocca amara. Da non augurare a nessuno, nemmeno all’Avvocato del popolo.

L’ultimo incubo dei nostri eroi è certamente il peggiore: perdere vincendo o vincere perdendo, che sembra un ossimoro, una contraddizione in termini. Può capitare ai duellanti del centrodestra, Antonio Tajani e Matteo Salvini. Entrambi cercano di superarsi, la competizione li aiuta; nel caso di Tajani, a tenere in vita Forza Italia che in tanti davano per spacciata con lui alla guida; nel caso del Capitano, a dimostrare che non è diventato un Re Mida alla rovescia (come tutti sospettano). Entrambi sono ricorsi a trucchi da Mago Forest e a colpi sotto la cintura. Forza Italia ha inglobato “Noi Moderati” per guadagnare un punto nei sondaggi; il Capitano ha arruolato un generale vero, con idee da caserma. Così si è creato un clima calcistico e, come nei derby, chi perde viene umiliato a prescindere se meritava o meno. Anzi, se ha ben giocato lo sbeffeggiano con più gusto. Tajani e Salvini la notte si domandano ansiosi a chi toccherà, tra loro due.

Di Ugo Magri su Huffpost

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