Il Pd e l’appoggio esterno ai giuristi che vogliono abbattere il melonellum
Dal Nazareno seguono «con interesse» il lavoro con cui l’ex “partito del no” si appresta a portare il nuovo sistema di voto alla Consulta. «Ma non sarà una crociata».
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Non si può parlare davvero di un’alleanza. Da una parte i giuristi del No, dall’altra il Campo largo e soprattutto il Pd: due schieramenti vicini ma non sovrapponibili. Ciò non toglie che il Nazareno abbia individuato una propria delegazione incaricata non solo di seguire tutti i dettagli del nuovo sistema di voto ma anche le iniziative “civiche” che puntano a smontarlo. E sì, perché dalle parti di Elly Schlein sono perfettamente aggiornati sull’attivismo di Enrico Grosso, già al vertice del Comitato per il No al referendum, e Roberto Zaccaria, in passato parlamentare dem ma ora impegnatissimo a coordinare la “Rete per il voto libero e plurale”.
Grosso e Zaccaria fanno parte della galassia che, tra le altre cose, ha già scritto le bozze degli eventuali ricorsi contro il melonellum, con l’obiettivo di farne dichiarare incostituzionali almeno alcune parti. L’idea del gruppo di giuristi è che, entro fine anno, la legge approvata a Palazzo Madama finisca in un modo o nell’altro davanti alla Consulta, e che entro febbraio la stessa Corte costituzionale si pronunci. Il Pd «segue con attenzione», spiega un deputato di Schlein. Lo fa appunto, con una delegazione di cui fanno parte un costituzionalista puro qual è il senatore Andrea Giorgis, un altro esponente della delegazione dem in commissione Affari costituzionali a Palazzo Madama come Dario Parrini, veterano della materia, un loro collega altrettanto sul pezzo come Alessandro Alfieri e, dulcis in fundo, il deputato Federico Fornaro, particolarmente esperto di sistemi elettorali, dunque molto ascoltato dalla segretaria.
La delegazione dei quattro è in contatto con Grosso e Zaccaria e con gli altri giuristi della cerchia impegnata a disfare la tela. «Da qui a dire che il Pd è in prima fila per abbattete il melonellum, però, ce ne passa», spiega un altro parlamentare democratico. «Seguiamo con interesse anche perché è chiaro che se la Consulta facesse cadere almeno una parte della legge elettorale, il centrodestra non ci farebbe certo una bella figura, ed è evidente che sul piano politico sarebbe un’ulteriore zappa sui piedi della loro campagna elettorale. Ci interessa anche perché è il caso di stare al passo sulle novità eventualmente prodotte da una sentenza auto-applicativa della Corte, che potrebbe riguardare, solo per additare il vuluns più evidente, l’enorme numero di firme richieste, ai partiti non attualmente rappresentati in Parlamento, per poter entrare in quello successivo. Però, sia chiaro», aggiunge in via riservata la fonte dem, «una volta che il presiedente della Repubblica avrà promulgato la nuova legge elettorale, non ha molto senso che un partito in corsa per le Politiche dia seguito a una campagna furente sull’illegittimità di quel sistema».
Certo che non avrebbe senso. Sia perché c’è in gioco il rispetto per il vaglio del Quirinale, sia perché una forza politica sfacciatamente schierata per far cadere il melonellum darebbe all’esterno l’impressione di temerlo, il voto. «E sarebbe buffo, visto che, se proprio vogliamo dirla tutta, ad essere in grande agitazione oggi sono la presidente del Consiglio e la sua coalizione, assai più di noi del Campo largo. Basti vedere cosa è accaduto poche ore fa nel voto dell’Europarlamento sul contrasto alla disinformatia, a cominciare da quella russa: i partiti di centrodestra si sono trovati da parti opposte, con FdI e Lega che hanno votato contro la proposta e Forza Italia che invece, come tutti i Popolari europei ovviamente, ha votato con noi socialisti. Gli eurodeputati di Avs, per dire, almeno si sono astenuti».
È un po’ la geografia di una politica, non solo eurounitaria ma anche italiana, in cui le forze più moderate delle coalizioni si trovano assai più vicine che all’interno delle rispettive alleanze. È pure l’esempio di un centrodestra oppresso dall’incubo di Roberto Vannacci e assai più incerto di poter raggiungere il premio di maggioranza di quanto non fosse mesi fa, mentre il Campo largo, e il Partito democratico innanzitutto, non hanno visto altrettanto peggiorate le loro chance. Picconare dunque la riforma di Meloni come se fosse la priorità politica assoluta non è la scelta più logica, per i dem. Vigilare, quello sì: attraverso il gruppo dei quattro specialisti, che tiene a propria volta saldi i contatti con il movimentismo civico già preziosissimo nella battaglia contro la riforma Nordio, e ora pronto a organizzarsi nella rete “Officine Costituzione”, che sarà presentata a Napoli il prossimo 25 settembre. Il Pd è interessato anche se non diretto protagonista di questo magma, con lo sguardo di chi sa che, al limite, sono gli altri, l’attuale governo, a essersi cacciati da soli in un vicolo cieco.
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