Campo largo, l’unità è ancora un miraggio
Schlein e Conte si contendono la leadership, Renzi divide gli alleati e sull’Ucraina riemergono le fratture.
L’intesa sui 21 punti del programma è un passo avanti, ma la coalizione resta tutta da costruire.
Il campo largo è davanti al suo bivio più delicato: trasformarsi in una vera alternativa di governo oppure restare un’alleanza elettorale costretta a inseguire un accordo diverso su ogni questione decisiva. La giornata politica del 14 ottobre consegna un quadro contraddittorio. Da una parte, Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva e Più Europa hanno trovato una convergenza su 21 punti di politica economica e sociale. Dall’altra, continuano a pesare la rivalità tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, il veto politico del leader pentastellato su Matteo Renzi e le divergenze sulla guerra in Ucraina.
Il problema non è più soltanto sommare i voti. È capire se queste forze politiche siano disposte a condividere una strategia, una leadership e soprattutto la responsabilità di un eventuale governo. Perché il centrodestra può essere battuto soltanto se l’alternativa riesce a presentarsi come una coalizione credibile, non come una federazione provvisoria di interessi differenti.
È questo il nodo politico che nessuna dichiarazione di unità riesce a sciogliere. Elly Schlein rivendica per il Partito democratico il diritto di guidare la coalizione, forte del suo peso elettorale. Giuseppe Conte non accetta che la leadership venga assegnata automaticamente al partito più grande e insiste sulla necessità di primarie per scegliere il candidato alla presidenza del Consiglio.
Dietro il confronto sulle regole si nasconde una partita di potere. Schlein teme che il Pd, pur essendo la principale forza dell’opposizione, debba cedere a un alleato la guida del progetto. Conte, invece, sa che una competizione interna può offrirgli l’occasione di dimostrare che il Movimento 5 Stelle dispone di una base elettorale capace di contendere ai democratici la guida del centrosinistra.
Le primarie, dunque, possono rappresentare uno strumento di partecipazione e legittimazione popolare, ma anche trasformarsi in una resa dei conti. Se organizzate senza un’intesa preventiva sulle regole, sul programma e sul riconoscimento del vincitore, rischiano di lasciare ferite difficili da rimarginare.
La domanda è semplice: chi perde accetterà davvero di mettersi al servizio di chi vince? Le rassicurazioni non bastano. Servono impegni politici chiari.
Il secondo fronte è quello di Matteo Renzi. Il leader di Italia Viva rappresenta un problema per Conte, che teme di perdere consensi se il progetto progressista si allargherà al centro. Il presidente del M5S ha chiesto a Schlein garanzie sul ruolo dell’ex presidente del Consiglio, sostenendo che la sua presenza potrebbe danneggiare elettoralmente il Movimento. La segretaria dem ha risposto richiamando il rischio di ripetere gli errori del 2022, quando le divisioni contribuirono alla sconfitta del centrosinistra.
È un conflitto che mette a nudo la contraddizione del campo largo: per vincere potrebbe essere necessario includere forze che una parte della coalizione considera politicamente incompatibili.
Renzi dispone di un elettorato limitato rispetto a Pd e M5S, ma in una competizione serrata può diventare decisivo. Escluderlo significa rinunciare a una parte dei voti potenzialmente disponibili; includerlo senza un accordo sulle condizioni della convivenza significa rischiare di alimentare tensioni permanenti.
Conte, però, non vuole essere costretto a pagare il prezzo politico dell’allargamento. Schlein non può permettersi di rinunciare preventivamente a un alleato utile per raggiungere la maggioranza. Il compromesso, se arriverà, dovrà stabilire non soltanto chi entra, ma anche quali regole valgono per tutti.
La politica, tuttavia, non è fatta soltanto di rapporti personali. I sondaggi mostrano quanto possa pesare la delimitazione del perimetro della coalizione.
Secondo la rilevazione SWG per il Tg La7 riportata il 14 ottobre da Fanpage, il centrodestra raggiungerebbe il 42,4% anche senza Futuro Nazionale, mentre Pd, M5S e Avs si fermerebbero al 39,7%. Con l’inclusione di Italia Viva e Più Europa, il campo largo salirebbe al 43,7%, superando il dato del centrodestra senza il partito di Vannacci.
Il messaggio è inequivocabile: la capacità di costruire alleanze può valere più della crescita del singolo partito.
Il peso del perimetro elettorale
Intenzioni di voto per coalizione, secondo la rilevazione citata
Centrodestra senza Futuro Nazionale
42,4%
Pd, M5S e Avs
39,7%
Campo largo con Iv e +Europa
43,7%
Fonte: sondaggio SWG per Tg La7, riportato da Fanpage il 14 ottobre 2026. I valori sono riferiti alle specifiche configurazioni di alleanza considerate.
Naturalmente, le percentuali non equivalgono automaticamente a seggi. Contano la distribuzione territoriale del voto, le candidature, l’affluenza e le regole elettorali. Ma la distanza tra una coalizione ristretta e una più ampia mostra perché il confronto su Renzi non sia un dettaglio secondario.
Il campo largo rischia di perdere proprio per ciò che dovrebbe consentirgli di vincere: la capacità di tenere insieme elettorati diversi.
Il programma c’è, ma resta la prova dell’Ucraina
L’intesa sui 21 punti del Documento programmatico di finanza pubblica costituisce il risultato politico più concreto. Le opposizioni hanno trovato una base comune su sanità, salari, diritto alla casa, fiscalità, scuola, clima, congedo paritario e contrasto all’autonomia differenziata. La risoluzione comprende anche la richiesta di riconsiderare gli impegni sull’aumento delle spese militari.
Schlein l’ha definita una prima base programmatica per l’alternativa, mentre Conte ha rivendicato il risultato come una convergenza sulla posizione del Movimento contro il riarmo. Ma l’accordo non cancella le differenze sulla politica estera.
Il passaggio più delicato riguarda il sostegno militare all’Ucraina. Pd e M5S mantengono sensibilità differenti, mentre anche all’interno dell’area progressista esistono posizioni distanti sul rapporto tra aiuti militari, negoziati e prospettive di pace.
La prova arriva oggi, con il confronto parlamentare sulle comunicazioni di Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo. Il campo largo può rivendicare una convergenza sui temi sociali, ma rischia di mostrare divisioni proprio quando è chiamato a esprimere una posizione internazionale. Le diverse mozioni presentate dalle opposizioni testimoniano la difficoltà di trovare una linea comune su Kiev.
La distinzione tra unità e uniformità è legittima: una coalizione non deve necessariamente pensarla allo stesso modo su ogni questione. Ma deve sapere quali sono i punti irrinunciabili della propria politica estera e come risolvere i contrasti senza mettere in discussione ogni volta la sua esistenza.
La vera alternativa si costruisce prima del voto
Il campo largo ha davanti una scelta che non può essere rinviata all’ultimo momento. Può continuare a inseguire l’accordo del giorno, affidandosi alla convenienza elettorale e alla necessità di fermare Meloni, oppure può trasformare le convergenze parlamentari in un progetto politico riconoscibile.
Per farlo deve affrontare tre questioni: la scelta del candidato premier, la definizione dei confini della coalizione e la costruzione di un programma capace di reggere anche sulle questioni più controverse.
Non basta dire che il centrodestra va battuto. Occorre spiegare come si governerebbe dopo, quali impegni si assumerebbero e quali compromessi sarebbero accettabili. Altrimenti la promessa di cambiamento rischia di rimanere una formula elettorale.
La situazione, al 14 ottobre, è quindi aperta. I numeri suggeriscono che un’alleanza ampia può essere competitiva, ma le divisioni dimostrano che l’intesa non è ancora consolidata. Schlein deve dimostrare di saper guidare senza imporre; Conte deve dimostrare di saper collaborare senza trasformare ogni passaggio in una contesa per la leadership; Renzi e le altre forze centriste devono chiarire quale contributo intendano offrire al progetto comune.
Il campo largo non è sconfitto dai numeri. Rischia di esserlo dalle proprie contraddizioni. La sfida non consiste soltanto nel sommare Pd, M5S, Avs e centristi, ma nel costruire una coalizione che sappia decidere, assumersi responsabilità e presentarsi agli elettori con una proposta credibile. Il tempo delle formule è finito: adesso servono scelte politiche.
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