Le correnti guidano il voto al Csm
I magistrati per il Sì al referendum cercano ora candidati che ne condividano le ragioni, ma tra loro cresce anche la tentazione dell’astensione.
C’è un pezzo di magistratura che non sa ancora se andrà a votare. È quello che al referendum ha votato Sì e che, in vista del rinnovo del Csm, vorrebbe trovare sulla scheda candidati che abbiano condiviso quella scelta. Ma, fuori dalle indiscrezioni e da qualche dichiarazione isolata, capire chi siano non è semplice. È uno dei temi della campagna elettorale che precede il voto del 25 e 26 ottobre, partita in sordina ma già attraversata da una domanda destinata a pesare: quanto il referendum riuscirà a ridisegnare gli equilibri dell’autogoverno delle toghe?
La scelta, per i fautori del sì, potrebbe ricadere su alcuni candidati di Altra Proposta, selezionati attraverso il sorteggio e chiamati a rispondere «esclusivamente alla legge e alla propria coscienza», secondo una formula che richiama l’esperienza dell’attuale togato Andrea Mirenda. L’iniziativa parte dall’idea che i magistrati debbano distinguersi soltanto per le funzioni esercitate e che il Csm debba essere un organo di garanzia per l’intera categoria, senza «una funzione politico-rappresentativa». Sono, dunque, i candidati che più esplicitamente rivendicano l’indipendenza dalle correnti. Ma il sorteggio, osservano alcuni separatisti delle carriere, non è di per sé una garanzia: tra i candidati c’è ad esempio anche chi, come Francesco Lupia, si è esposto pubblicamente per il No.
L’agitazione è soprattutto sotterranea. «È una campagna elettorale aspra ma combattuta silenziosamente sulle liste, all’esterno non si fa sapere niente, però dentro sono colpi d’ascia, perfino nella corrente di maggioranza», racconta una toga. È un’immagine che restituisce bene il clima con cui la magistratura si avvicina al voto. Tra gli indecisi ci sono i dissidenti di Magistratura indipendente e i magistrati più vicini a Bernadette Nicotra, attuale togata del Csm, tra le più votate della consiliatura e da tempo critica sul rischio di un deficit di pluralismo nella corrente.
Mi deve fare i conti con le candidature autonome, con quella del suo ex esponente più noto, Cosimo Ferri, e con una frattura interna che alla vigilia delle urne rischia di diventare definitiva. Il caso più evidente è quello di Vincenzo Paolo Depalma, giudice barese che ha scelto di candidarsi da indipendente e per questo è stato escluso da Mi, con l’applicazione, per la prima volta, di una norma statutaria introdotta di recente: perde la qualità di socio chi partecipa alle elezioni in competizione con i candidati designati dall’associazione. La ragione sembra soprattutto elettorale: una candidatura autonoma può sottrarre consenso ai candidati ufficiali e, in un sistema nel quale anche pochi voti possono incidere sulla distribuzione dei seggi, trasformarsi in un problema per l’intera corrente.
Dentro Mi ci sono così magistrati che contestano la linea degli attuali vertici e guardano alle candidature alternative. E il ritorno sulla scena di Ferri rende la situazione ancora più delicata. Ex segretario di Magistratura indipendente, ex consigliere del Csm, parlamentare e sottosegretario alla Giustizia, Ferri è inevitabilmente associato, anche in qualità di commensale, alla notte dell’Hotel Champagne e alle vicende dello scandalo Palamara. Un uomo che ha attraversato a lungo il sistema delle correnti e che oggi prova a costruire una candidatura in contrapposizione a quello stesso sistema. La sua forza, però, non sta soltanto nel nome. Ferri conosce i meccanismi del voto e sta costruendo una rete di candidature collegate alla propria. Il sistema elettorale consente infatti di aggregare candidature diverse e di sommare i rispettivi consensi anche ai fini della distribuzione proporzionale di una parte dei seggi. Non è quindi indispensabile costruire una nuova corrente: può bastare mettere insieme consensi che oggi si trovano fuori dai tradizionali recinti associativi.
È qui che la candidatura di Ferri può diventare interessante. Può raccogliere una parte del malcontento interno a Mi, intercettare chi considera fallito il vecchio sistema delle appartenenze e parlare a quella parte della magistratura che, dopo il referendum, non si riconosce nella tradizionale contrapposizione tra correnti. Per questo, nonostante il peso del suo nome e il carico di polemiche che porta con sé, gli attacchi frontali nei suoi confronti sembrano per ora più deboli del previsto. Trasformarlo in un nemico significherebbe dargli una collocazione precisa e, forse, aiutarlo a costruire il consenso trasversale di cui ha bisogno. La domanda, allora, non è soltanto se Ferri possa essere eletto, ma da dove arriverebbero i suoi voti.
Per il resto, la geografia dell’elezione appare più stabile. Area parte da una posizione solida e punta sulla capacità di tenere insieme il proprio elettorato, pur dentro una competizione interna tra candidature diverse. Il bacino elettorale è in parte lo stesso di Md, che cerca però di ampliare il proprio perimetro attraverso il collegamento con la rete di Autogoverno diffuso, nata da esperienze territoriali e dall’attività consiliare di Roberto Fontana. I promotori la presentano come una convergenza sui contenuti, non come la costruzione di una nuova corrente: al centro ci sono la revisione delle regole sulle nomine, il rapporto tra Csm e correnti e l’idea di dare maggiore peso alla valutazione professionale rispetto alle appartenenze. Il test sarà capire quanto il consenso costruito soprattutto nel distretto di Milano e, più in generale, nel Nord riuscirà a trasformarsi in consenso nazionale.
Unicost, invece, sembra giocare una partita più lineare. La corrente centrista punta sui propri candidati e appare intenzionata soprattutto a consolidare il consenso già costruito, senza mettere in discussione gli equilibri di fondo. Nel frattempo, fuori dal perimetro togato, è già partita un’altra partita: quella per i componenti laici del Csm. I partiti hanno cominciato a trattare sui nomi e sugli equilibri della componente non togata del prossimo Consiglio. La trattativa è appena cominciata e potrebbe diventare un altro termometro dei rapporti di forza della prossima consiliatura.
Il punto è capire quanto le correnti riescano ancora a trasformare l’appartenenza in voto. Per anni il meccanismo ha funzionato come una filiera quasi naturale: una candidatura, una corrente, un bacino elettorale. Oggi, accanto a quel sistema, crescono candidature autonome, reti territoriali e aggregazioni costruite intorno a singoli temi o a un giudizio sul referendum. È questa la vera incognita del 25 e 26 ottobre. Non tanto se le correnti siano finite: non lo sono. Ma se siano ancora in grado di controllare il voto dei loro stessi elettori. E se, sulla scheda, l’appartenenza continuerà a pesare più delle idee. Ma per chi lascia, come Mirenda, non c’è da essere ottimisti. «All’Ovest nulla di nuovo – commenta -. Anche da parte di chi, pur non disdegnando la designazione, notoria madre di tutti mali, predica poi, con divertente disinvoltura, “non appartenenza ma contenuti”, si ripropone la solita minestra riscaldata. Non era forse questa la parola d’ordine del Movimento per la Giustizia? Magistrati professionisti, dall’alto della loro competenza tecnica, pronti a proporsi come torri d’avorio della società civile. Come è andata a finire, lo sappiamo. Dov’è rimasto, poi, lo spirito di rinnovamento sbandierato dall’Anm durante la campagna referendaria? Superato il palamarismo, torna Ferri?».
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