Anno: XXVIII - Numero 158    
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Assolto dai giudici, sfiduciato dal Csm. Fabio De Pasquale lascia la toga

A un anno dalla pensione, il pm di Eni-Nigeria sceglie la linea Di Pietro e decide di sottrarsi alle "insidie".

Assolto dai giudici, sfiduciato dal Csm. Fabio De Pasquale lascia la toga

Ha attaccato la toga al chiodo Fabio De Pasquale. Non da sconfitto, al contrario. Assolto in via definitiva, insieme al collega Sergio Spadaro, con la formula più ampia, dalla cassazione penale nel processo che lo vedeva imputato di rifiuto di atti d’ufficio per la vicenda Eni, il 19 giugno, ha atteso meno di venti giorni a decidere l’addio.

E il 9 luglio ha lasciato la procura di Milano dove ormai era solo un semplice sostituto. Destinazione? Forse un incarico europeo nel settore della sua specializzazione, la corruzione internazionale. O forse una stanchezza, una delusione, come sembrerebbe da un’indiscrezione del quotidiano La Stampa, che riporta una confidenza agli amici: «Non aveva più senso continuare e non mi ritrovo più in questa giustizia».

La memoria va lontano, a quel dicembre del 1994 quando, mentre era in vetta alle sue vittorie giudiziarie, Antonio Di Pietro aveva scelto il massimo di scenografia dell’aula giudiziaria per togliersi di dosso in modo definitivo la toga di magistrato. Nella lettera, subito diffusa, che aveva consegnato al suo superiore, il procuratore di Milano Saverio Borrelli, aveva scritto di essere stanco di essere usato, strumentalizzato e tirato per la giacchetta dagli opposti schieramenti.

Quelli favorevoli al metodo ambrosiano di Mani Pulite come gli scampati della sinistra, e gli altri che lui aveva contribuito a far arrestare, ma che, la storia ci insegna, furono anche in larga parte poi assolti. Di Pietro era giovane e lo aspettata una (sfortunata) carriera politica, segnata anche da inchieste giudiziarie da cui uscirà a testa alta. De Pasquale era a un anno dalla pensione, avrebbe comunque lasciato la toga tra un anno, quando nel settembre del 2027 compirà settant’anni. Qualcosa però in comune la hanno, i due ex pm. Non solo per una storia, quella della procura di Milano e dei suoi sbrigativi metodi d’inchiesta, che li ha resi personaggi mediatici e noti al mondo. Ma anche perché la mente di entrambi, al momento del loro abbandono, era probabilmente turbata da quello che per un magistrato è ancora più infamante di un’inchiesta penale, cioè il procedimento disciplinare.

Nel caso di Di Pietro, benché fosse una certezza, riguardava l’imminente futuro più che il presente, ma per quel che riguarda De Pasquale era un dato di fatto, un procedimento già aperto ma lasciato in sonno nell’attesa dei risultati dell’inchiesta penale e dei processi a suo carico. Del resto proprio questo Csm non era stato certo tenero nei confronti del pm del processo Eni, quando, con una decisione clamorosa, lo aveva privato del ruolo di aggiunto del procuratore capo.

Era l’8 maggio del 2024, infuriavano le polemiche sui processi Eni, e il Csm, smentendo il parere del consiglio giudiziario lombardo, decretò il pollice verso nei confronti dell’aggiunto, dichiarando decaduti i “prerequisiti” necessari per la sua riconferma in quel ruolo. «Risulta dimostrata l’assenza – scrissero i suoi giudici che gli avevano votato contro in 23, compreso il presidente Pinelli – dei prerequisiti dell’imparzialità e dell’equilibrio, avendo reiteratamente esercitato la giurisdizione in modo non obiettivo né equo rispetto alle parti nonché senza senso della misura e della moderazione».

Un vero scacco, bruciante, per un protagonista che, come del resto tanti suoi colleghi milanesi di quella generazione, era abituato a vincere. Ma la storia dell’Eni aveva punteggiato gran parte della sua carriera politica, dai tempi di Bettino Craxi e del tragico suicidio in carcere di Gabriele Cagliari, fino alla scommessa su quello che lui considerava il più significativo caso di corruzione internazionale. Quello in cui spese la gran parte delle sue energie e del suo lavoro, ma anche quello che segnerà le sue più brucianti sconfitte sul piano processuale, prima di tutto.

Le assoluzioni dei vertici, passati e presenti del colosso, in primo grado, poi lo smacco di non ottenere il posto dell’accusa nell’aula dell’appello. Dove una sua collega, la pg Celestina Gravina, non solo aveva distrutto i cardini dell’ipotesi accusatoria costruita da Fabio De Pasquale, ma aveva addirittura rinunciato a coltivare l’appello. Ma sarà il processo di primo grado a far germinare quell’accusa di rifiuto di atti d’ufficio, per il sospetto che importanti testimonianze in favore degli imputati fossero state volutamente nascoste al tribunale da parte dei rappresentanti dell’accusa. E a portare in aula a Brescia nella veste di Imputati Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, fino alle due condanne in primo e secondo grado.

La cassazione ha deciso diversamente, annullando la sentenza d’appello senza il rinvio ad altra corte. Pietra tombale dunque, “perché il fatto non sussiste”. Certo, una piccola ombra però è rimasta, a pesare sul procedimento disciplinare. Ed è racchiusa nella testimonianza di un altro pm milanese, Paolo Storari, che ha indotto il sospetto della volontà dei due pm del caso Eni, alla vigilia della sentenza che avrebbe assolto tutti gli imputati, di costringere all’astensione il presidente del tribunale. «De Pasquale e Spadaro – aveva deposto Storari – dissero che bisognava far astenere Tremolada perché aveva un atteggiamento di appiattimento sulle difese». E a questo scopo avevano tentato di chiamare in aula come testimone un personaggio screditato come l’avvocato Piero Amara, che avrebbe riferito di un patto segreto tra presidente e difensori degli imputati.

La cosa non andò in porto, perché Marco Tremolada aveva forse mangiato la foglia e il teste non era stato ammesso. In definitiva, una volta assolti con la formula più ampia nel processo penale, Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro avrebbero dovuto ancora vedersela con le insidie, anche sul piano politico e delle relazioni personali, alcune delle quali ormai compromesse, degli “amici” e colleghi del Csm e della riapertura delle pratiche sul procedimento disciplinare. Spadaro non è più a Milano, ma è ancora in magistratura, collocato alla procura europea. De Pasquale ha scelto la linea Di Pietro e si è saggiamente sottratto. Magari pronto a qualche importante incarico, anche senza toga.

Tiziana Maiolo su Il Dubbio

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