Anno: XXVIII - Numero 114    
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L’avvocatura non subisce il futuro. Lo governa

Quarantatré mozioni, sette fronti, un mandato. Dal Congresso di Torino l’avvocatura italiana ha consegnato all’Organismo Congressuale Forense la più ambiziosa agenda mai concepita sull’intelligenza artificiale. Ecco il programma che ne deriva e la visione che lo sostiene

L’avvocatura non subisce il futuro. Lo governa

Ci sono momenti in cui una professione decide chi vuole essere. L’avvocatura italiana ha vissuto uno di questi momenti al XXXVI Congresso Nazionale Forense di Torino, nell’ottobre del 2025, quando ha scelto di non guardare l’intelligenza artificiale come una minaccia da temere né come una moda da inseguire, ma come un terreno su cui esercitare la propria funzione storica, la difesa dei diritti delle persone.

Da quel Congresso sono uscite quarantatré mozioni sull’intelligenza artificiale, il corpus deliberativo più ampio che l’avvocatura abbia mai prodotto su un singolo tema tecnologico. Non un esercizio di stile, ma un mandato preciso e vincolante, conferito all’Organismo Congressuale Forense e al Consiglio Nazionale Forense. La posta in gioco non è il destino di una categoria professionale, ma la qualità della tutela giuridica che un Paese sa garantire ai propri cittadini nell’età degli algoritmi.

Un dato, prima di ogni argomento. Il Rapporto Avvocatura 2026, elaborato dal Censis con Cassa Forense, ci dice che nel 2025 utilizzava strumenti di intelligenza artificiale il 27,5 per cento degli avvocati italiani. Un anno dopo, quella quota è raddoppiata, oggi è il 55,3 per cento. Più di un avvocato su due. La trasformazione di cui tanto si discute non è imminente, è già avvenuta, dentro i nostri studi, mentre eravamo impegnati a chiederci se sarebbe arrivata.

L’intelligenza artificiale è entrata negli uffici giudiziari, nelle Procure, nelle banche dati che consultiamo ogni giorno, senza attendere che il sistema ordinistico si attrezzasse e senza che il legislatore avesse completato il quadro normativo. Davanti a questa realtà esistono due atteggiamenti sbagliati e uno giusto. È sbagliato il rifiuto, perché chi rifiuta la tecnologia non la ferma, si limita a subirla. È sbagliata la resa entusiasta, perché chi delega all’algoritmo il proprio giudizio professionale tradisce la ragione stessa per cui esiste. È giusto, invece, il governo consapevole, usare lo strumento conoscendone i limiti, mantenendo saldo ciò che nessuna macchina può sostituire. Questa è la scelta che l’avvocatura ha compiuto a Torino, ed è la ragione per cui l’OCF è oggi al lavoro su sette fronti distinti che insieme compongono un disegno unitario.

Prima dei programmi vengono i principi. Le mozioni congressuali, nella loro varietà, convergono su alcune affermazioni di fondo. La prima è che l’intelligenza artificiale è uno strumento, non un soggetto, e la responsabilità professionale dell’avvocato resta personale e indelegabile, perché nessun algoritmo può assumerla e nessun automatismo può attenuarla. La seconda è che la tutela dei diritti è un fatto umano, e dietro ogni atto difensivo deve esserci una persona che comprende, valuta e decide, come impone il diritto di difesa garantito dall’articolo 24 della Costituzione. La terza è che la trasparenza è la condizione della fiducia, e se l’intelligenza artificiale entra nella giurisdizione deve farlo alla luce del sole, con algoritmi verificabili e decisioni tracciabili. La quarta è che nessuno deve restare indietro, perché la trasformazione digitale non può diventare un privilegio dei grandi studi a danno dei piccoli, dei giovani, di chi esercita nei territori. Non chiediamo di proteggere gli avvocati dalla tecnologia, chiediamo di proteggere i cittadini con la competenza degli avvocati.

Dai principi discende il programma. Il primo fronte è la deontologia, il cuore di tutto, perché riguarda ciò che ci rende avvocati. Quando usiamo l’intelligenza artificiale nello svolgimento di un incarico, il cliente ha diritto di saperlo, l’output va sempre verificato, la responsabilità resta nostra. E il valore del nostro lavoro non diminuisce perché ci avvaliamo di uno strumento, perché il tempo della competenza, della supervisione e dell’assunzione di responsabilità è tempo professionale che merita riconoscimento. Su questo l’Ocf chiederà al CNF linee guida deontologiche nazionali e l’adeguamento del Codice Deontologico Forense.

Il secondo fronte è la formazione. Quasi la metà degli avvocati che ancora non usa l’intelligenza artificiale indica come ostacolo la mancanza di competenze tecniche. Non è pigrizia, è una carenza di sistema che il sistema deve colmare con un Piano Nazionale di formazione, accessibile e progressivamente obbligatorio, capace di accompagnare ogni avvocato, di ogni età e di ogni territorio, nella padronanza dello strumento. E occorre garantire che l’intelligenza artificiale non chiuda ai giovani la porta d’ingresso alla professione, sostituendo il lavoro dei praticanti senza offrire loro un futuro.

Il terzo fronte è la trasparenza nella giurisdizione, ed è il più delicato. È emerso a Torino un dato inquietante, in Italia sono già stati segnalati provvedimenti giudiziari che citavano sentenze inesistenti, il segno tipico delle allucinazioni dei modelli generativi. Significa che l’intelligenza artificiale è già in uso negli uffici giudiziari, ma in forme non dichiarate e non verificabili. L’avvocatura chiede che questo emerga alla luce del sole, con un’ispezione ministeriale sulle prassi in atto, un Registro Pubblico degli Algoritmi e l’obbligo per il magistrato di dichiarare quando si avvale di sistemi di intelligenza artificiale. Se l’avvocato ha il dovere di trasparenza verso il cliente, non può esistere un’asimmetria che esenta da quel dovere chi amministra la giustizia. È una questione di parità delle armi, di articolo 111 della Costituzione, di articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Il quarto fronte è la regolamentazione. La Legge 132 del 2025 ha posto principi giusti ma incompleti, e i decreti delegati che ne deriveranno saranno il vero terreno di confronto. L’Ocf chiederà che si precisino i confini di ciò che l’intelligenza artificiale può fare nella giurisdizione, escludendo ogni attività che implichi valutazione dei fatti o del diritto, che l’obbligo di informare il cliente sia calibrato sulla reale incidenza dello strumento, che gli standard tecnologici siano uniformi per non ripetere la frammentazione che ha già indebolito il processo telematico. E presidierà un terreno specifico ma gravido di conseguenze, l’uso dell’intelligenza artificiale nei controlli fiscali, dove sono in gioco i diritti di centinaia di migliaia di contribuenti.

Il quinto fronte è l’uguaglianza. Una piattaforma di intelligenza artificiale certificata, sicura e accessibile a tutti gli iscritti è lo strumento con cui l’avvocatura può impedire che la tecnologia diventi un fattore di disuguaglianza tra professionisti e, di riflesso, tra cittadini. Quando l’avvocato del cittadino comune dispone degli stessi strumenti dell’avvocato delle grandi imprese, il principio di uguaglianza davanti alla giustizia resta vivo.

Il sesto fronte è la governance. L’avvocatura non vuole essere consultata a cose fatte, vuole sedere ai tavoli in cui le decisioni si formano. L’Osservatorio Nazionale Avvocatura e AI, da istituire presso il Cnf, sarà lo strumento permanente con cui monitorare, analizzare e proporre, restituendo ogni anno al Paese un Rapporto pubblico sullo stato dell’intelligenza artificiale nella giustizia.

Il settimo fronte è la tutela dei più fragili. Ci sono ambiti, come il diritto di famiglia, la giustizia minorile e il contenzioso fiscale, in cui l’intelligenza artificiale incide su persone particolarmente vulnerabili. L’avvocatura chiede che in questi ambiti l’algoritmo non sostituisca mai l’udienza, la relazione umana, l’ascolto, e che ogni sistema impiegato in sede giuridica sia sottoposto a una valutazione preventiva che ne escluda effetti discriminatori, perché un algoritmo addestrato su dati distorti non fa che ripetere e amplificare le discriminazioni del passato.

 I principi orientano, i fronti delimitano, ma è l’azione che misura. Il Gruppo di Lavoro AI dell’OCF ha tradotto il mandato congressuale in un programma operativo che procede per priorità. La prima urgenza è fare chiarezza su ciò che già accade negli uffici giudiziari, chiedendo al Ministero della Giustizia un’ispezione sulle prassi di uso dell’intelligenza artificiale già in atto. In parallelo, l’Ocf avvierà con il Cnf il percorso per le linee guida deontologiche nazionali, si insedierà nei tavoli tecnici per i decreti delegati della Legge 132 e porterà la voce dell’avvocatura italiana al Ccbe, per costruire una posizione comune europea.

Sul piano delle riforme strutturali, l’Ocf lavorerà perché il CNF adotti le linee guida deontologiche, perché nasca il Piano Nazionale di formazione con crediti obbligatori e perché si istituisca l’Osservatorio Nazionale. Porterà al Parlamento le proposte di modifica degli articoli 13 e 15 della Legge 132, chiederà l’obbligo di trasparenza per il magistrato che usa l’intelligenza artificiale e la correzione della disciplina dei controlli fiscali algoritmici. Ogni anno, un Rapporto pubblico renderà conto del cammino percorso.

Sul piano degli strumenti concreti, l’obiettivo è dotare l’avvocatura di ciò che le serve per competere e per tutelare, il Registro Pubblico degli Algoritmi, la piattaforma certificata per tutti gli iscritti, la condivisione paritaria degli strumenti con la Magistratura, gli standard minimi per i fornitori. E un progetto ambizioso che guarda lontano, un partenariato pubblico-privato per sviluppare modelli linguistici addestrati sul diritto italiano, perché la giustizia di un Paese non può dipendere da sistemi costruiti su ordinamenti stranieri. A coronamento del mandato, la riforma del Codice Deontologico Forense e la presentazione dei risultati al prossimo Congresso, non un rendiconto ma il punto di partenza di una nuova stagione.

La posta in gioco

 C’è una frase del Rapporto Avvocatura 2026 che vale più di molte analisi, quasi un quarto degli avvocati prevede che la vera concorrenza dei prossimi anni non sarà tra l’uomo e la macchina, ma tra chi sa governare la macchina e chi non lo sa fare. È una verità che ribalta la paura dominante. La minaccia non è l’intelligenza artificiale, è l’impreparazione di fronte ad essa. Ed è per questo che la formazione, la competenza e la consapevolezza sono il primo investimento che l’avvocatura deve fare su se stessa.

Ma la posta in gioco va oltre la competitività della professione, riguarda il modo in cui una società decide di tutelare i diritti dei suoi membri più esposti. In un tempo in cui chiunque può ottenere in trenta secondi un parere giuridico apparente, gratuito e senza responsabile, la figura dell’avvocato, una persona competente che si assume la responsabilità di ciò che dice, vincolata da un codice deontologico e da un ordine che vigila, non è un retaggio del passato. È la garanzia più moderna che un cittadino possa avere. Un algoritmo può generare una risposta, solo un avvocato può risponderne.

L’avvocatura italiana ha scelto di non attraversare questa trasformazione da spettatrice. Ha scelto di portarvi la propria identità di presidio dei diritti, garante del contraddittorio e voce del cittadino di fronte al potere, e di usarla come bussola. Il Congresso di Torino ha consegnato all’OCF un mandato chiaro, e noi lo onoriamo ogni giorno, nei tavoli istituzionali, nel confronto con il Parlamento e con il Governo. Lo facciamo con la consapevolezza di rappresentare un’intera professione, e con essa la promessa che la tutela dei diritti, nell’età degli algoritmi, resti un fatto umano e responsabile.

Paolo Rossi (Avvocato, componente dell’Ufficio di Coordinamento dell’Organismo Congressuale Forense, referente del gruppo di lavoro sull’IA dell’OCF)

 

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