La morte in diretta è una barbarie: l’Avvocatura insorge
L’Ucpi lancia “180 secondi per la civiltà” e mobilita le avvocature internazionali contro la pena capitale e lo spettacolo della fucilazione.
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Non basta condannare a morte un uomo: adesso si vorrebbe trasformare la sua esecuzione in uno spettacolo da trasmettere in diretta. È questa la deriva denunciata dall’Unione Camere Penali Italiane, che nella Giornata mondiale contro la pena di morte lancia un appello alla mobilitazione internazionale contro quella che definisce una barbarie incompatibile con la dignità umana e con qualsiasi idea autentica di giustizia.
L’annuncio attribuito al Pentagono di voler trasmettere la fucilazione di un condannato rappresenta, per l’Ucpi, un salto di gravità inaudita. La violenza non si limiterebbe più alla soppressione della vita, ma diventerebbe un evento pubblico, offerto alla visione collettiva e trasformato in un macabro intrattenimento. Un messaggio devastante: lo Stato non soltanto si arroga il diritto di uccidere, ma pretende anche di rendere quell’uccisione visibile, esibita e potenzialmente spettacolare.
È contro questa logica che si leva la voce dell’Avvocatura penale italiana. La pena, sostiene l’Ucpi, deve lasciare all’uomo la possibilità di cambiare. La pena di morte, invece, cancella definitivamente ogni possibilità di riscatto, rendendo irreversibile una decisione che nessun sistema giudiziario può garantire sia sempre immune dall’errore. Quando lo Stato uccide in nome della giustizia, il confine tra la tutela della legge e la negazione della dignità umana rischia di essere tragicamente oltrepassato. Se poi l’esecuzione diventa uno spettacolo televisivo, la barbarie assume anche la forma di una normalizzazione pubblica della violenza.
Da qui nasce l’iniziativa “180 secondi per la civiltà”, con cui l’Unione Camere Penali Italiane chiama le avvocature europee e americane a una mobilitazione comune. L’invito è rivolto agli avvocati di tutto il mondo: fermarsi per tre minuti, in una giornata che sarà concordata con le organizzazioni forensi aderenti, riunirsi in toga e osservare il silenzio, voltando simbolicamente le spalle allo spettacolo della morte. Un gesto essenziale, ma dal significato inequivocabile: la giustizia non può essere complice della spettacolarizzazione della pena e la professione forense non può assistere passivamente alla negazione dei diritti fondamentali.
L’appello dell’Ucpi si rivolge direttamente anche alle istituzioni. Ai governi e ai parlamenti dei Paesi che ancora applicano la pena capitale, a cominciare dagli Stati Uniti, viene chiesto di procedere verso la sua abolizione. Al presidente americano è rivolta la richiesta di impedire la trasmissione dell’esecuzione. Alle emittenti televisive e alle piattaforme digitali viene chiesto di non diffondere le immagini.
Non è soltanto una battaglia contro una modalità disumana di esecuzione. È una questione di civiltà giuridica, di responsabilità delle istituzioni e di rispetto della persona, anche quando è condannata per i reati più gravi. Il modo in cui uno Stato tratta chi ha privato della libertà rivela la qualità della sua democrazia: la dignità umana non può dipendere dalla colpa, né essere sospesa per soddisfare la curiosità del pubblico o alimentare la ricerca di audience.
La posizione dell’Ucpi è netta: la giustizia non può trasformarsi in barbarie. E il silenzio invocato dagli avvocati non è una resa, ma una forma di protesta civile contro l’idea che la morte possa diventare un prodotto da consumare davanti a uno schermo.
Di fronte a una simile prospettiva, l’indifferenza sarebbe già una sconfitta. Perché la pena di morte non restituisce le vittime, non ripara il dolore e non offre alcuna possibilità di correggere l’irreparabile. Trasformare l’esecuzione in uno spettacolo aggiungerebbe alla soppressione della vita l’umiliazione pubblica del condannato. È una soglia che una società civile non dovrebbe accettare di oltrepassare.
Tre minuti per ricordare che la giustizia non è vendetta, che la pena non è spettacolo e che la dignità umana non si spegne neppure davanti alla condanna più grave. Chi crede nella giustizia non può restare a guardare.
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