Anno: XXVIII - Numero 124    
Venerdì 26 Giugno 2026 ore 13:30
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Al Csm cade il tabù delle “pagelle” perfette alle toghe

Area e Mirenda d'accordo sull'anomalia del 99% dei giudizi positivi, ma passa la linea del compromesso.

Al Csm cade il tabù delle “pagelle” perfette alle toghe

Il paradosso è sotto gli occhi di tutti, cittadini in primis: com’è possibile che in un sistema giudiziario che presenta numerose criticità, il 99% dei magistrati ottenga sempre valutazioni eccellenti? La domanda, per anni, è stata proposta provocatoriamente dai sostenitori della separazione delle carriere, a partire dal forzista Enrico Costa, convinto che proprio in quella “anomalia” si annidasse l’evidenza più chiara della stortura del sistema. Con la vittoria del No al referendum, dunque, anche questo argomento sembrava essere un punto a favore di quella maggioranza togata che si era opposta alla riforma. Fino a ieri, almeno, quando “l’anomalia” è stata effettivamente indicata come tale direttamente nell’aula del plenum del Csm. A sollevarla è stata una “alleanza” inedita e politicamente clamorosa tra i togati progressisti di Area e l’indipendente Andrea Mirenda, fervente sostenitore dei sì ai referendum sulla giustizia. Posizioni di partenza opposte, ma una conclusione identica: questo appiattimento verso l’alto non è più credibile e i cittadini meritano chiarezza di fronte ad un sistema che sembra tutelare i suoi membri.

Persino la sinistra giudiziaria, che ha sempre rifiutato l’etichetta di un sistema corporativo, oggi ammette dunque la necessità di una svolta radicale per evitare che le pagelle dei magistrati si trasformino in un concorso di simpatia gestito dai procuratori capi, alimentando, a loro dire, un modello gerarchico che tradisce lo spirito orizzontale della magistratura sancito in Costituzione. Il vero problema è sempre stata la prosa: relazioni fiume gonfie di aggettivi altisonanti, scritte spesso per assecondare graduatorie di merito artificiali o per spingere specifiche carriere. In questa gara all’iperbole, si è cercato troppo spesso di pesare il valore di un magistrato sulla base di singoli provvedimenti clamorosi, una metrica che però rimane inevitabilmente soggettiva e discrezionale, come sottolineato da Mirenda. D’altronde che senso ha distinguirne i meriti quando l’unica cosa che rileva, ai fini della valutazione, sono le criticità? La domanda è stata raccolta da Area. Che ha dato ragione a Mirenda, indicando la necessità di una svolta culturale. Un’affermazione che ha creato non poco stupore tra addetti ai lavori abituati ad un feroce “niet” sul tema.

Su questo punto di partenza concorda anche l’indipendente Roberto Fontana, il quale ricorda come il vecchio «proliferare di aggettivi più o meno ridondanti» creasse profonde ingiustizie sul territorio, spaccando l’Italia tra Consigli giudiziari a manica larga ed altri estremamente sobri. Una stortura cavalcata da chi, volendo sponsorizzare un magistrato in vista di futuri incarichi, cercava fin dall’inizio di “abbellire” i pareri. Con la riforma Cartabia si è tentato di voltare pagina, chiarendo che la valutazione non deve fare le pagelle dei magistrati decretando chi sia più o meno bravo, ma deve limitarsi a intercettare chi non è idoneo. Tuttavia, la risposta iniziale della Quarta Commissione – che ha partorito modelli rigidamente ancorati alla logica del “sussiste/non sussiste” – aveva sollevato forti perplessità in molti distretti, a partire da quello di Milano. Il rischio concreto, evidenziavano i critici, era quello di una totale dispersione del patrimonio conoscitivo e della storia personale del magistrato, problema evidente nel lungo periodo poiché, come rilevato da Fontana, vent’anni dopo diventa impossibile valorizzare le cose buone fatte in carriera se non ne è rimasta alcuna traccia ufficiale, lasciando spazio solo a un’inaffidabile «autonarrazione».

È proprio in questo scontro culturale che si inserisce l’affondo più duro di Mirenda, che ha smontato la tesi di chi, tra i consiglieri, si doleva di una presunta rigida asimmetria del nuovo modello, che prevedeva l’allegazione libera dei fatti negativi e pochi dettagli su quelli positivi. Doglianze che, a suo dire, non colgono nel segno perché confondono il fine stesso della valutazione di professionalità: non si tratta di un concorso pubblico o di una promozione, ma di una semplice attestazione di idoneità di un magistrato a proseguire nella funzione. Una procedura che, secondo l’indipendente, è stata storicamente inquinata e ibridata dall’inserimento di eventuali esperienze di dirigenza, anche solo di fatto. Il fine, secondo Mirenda, è sempre stato quello di precostituire elementi vantaggiosi da spendere nei successivi concorsi dirigenziali. Una spinta al carrierismo cavalcata da quel circuito correntizio che «colonizza i Consigli giudiziari, proprio per assicurarsi margini promozionali discrezionalissimi con cui condizionare la via professionale delle toghe». Da qui l’appello a restituire alla valutazione l’unica funzione che le spetta: certificare l’idoneità del magistrato a proseguire nel suo lavoro, un dato che da solo basta a decretare l’eccellenza di un giudice, senza bisogno di ulteriori e pompose aggettivazioni.

La spinta verso una radicale semplificazione ha infiammato lo scontro sui nuovi modelli redazionali attuativi della riforma Cartabia. Il progetto iniziale puntava a un sistema quasi interamente basato sulle “crocette”: un format rigido – che ha suscitato perplessità nei consigli giudiziari – in cui i capi degli uffici avrebbero dovuto semplicemente spuntare un elenco standardizzato per certificare l’assenza di criticità. Su questa linea si muoveva Mirenda, così come la stessa Area, che vedeva in questo rimedio l’arma perfetta per abbattere ogni tentazione gerarchica. Magistratura indipendente si è schierata per un netto passo indietro, chiedendo di rimettervi mano per reintrodurre una vera e propria parte narrativa e discorsiva che lasciasse spazio alla descrizione del merito. Una posizione parzialmente diversa da quella di Unicost, che era sì favorevole all’impianto snello a crocette, ma chiedeva di allegare comunque al fascicolo del magistrato i pareri più articolati dei Consigli giudiziari per difendere le “fonti di conoscenza”, convinta che senza relazioni approfondite il Csm si sarebbe trovato del tutto cieco al momento di dover scegliere i futuri dirigenti degli uffici.

A fare breccia, alla fine, è stato l’emendamento proposto da Magistratura indipendente e da Roberto Fontana. La modifica approvata non torna ai vecchi pareri fioriti, ma apre una breccia significativa dentro il format a crocette, dando ai Consigli giudiziari la possibilità, peraltro discrezionale, di allegare ulteriori elementi emersi dalle fonti di conoscenza o meriti specifici, come l’impegno nella riorganizzazione di un settore, ma non solo. Per Fontana si è trattato di una operazione di «cristallizzazione periodica di elementi di conoscenza», anche per arginare, appunto, lo strapotere dei capi degli uffici. Un compromesso a suo dire «ragionevole», che ha spinto Area e Mirenda a sfilarsi dal voto.

Di Simona Musco su Il Dubbio

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