Roggero, gli indignati e il confine dello Stato di diritto
La legittima difesa ha limiti invalicabili: la politica non può trasformare un omicidio in una battaglia ideologica.
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Non dispongo di sondaggi ma dubito molto che buona parte degli elettori di Centrodestra condividano le idee di Salvini, Tajani e Meloni a proposito della vicenda del gioielliere Mario Roggero e il tono con il quale le esprimono.
Ho solo un sondaggio, limitato ai miei lettori, alcune centinaia che mi hanno scritto o manifestato consenso al mio recente articolo in ordine alla interpretazione delle norme codicistiche in materia di “legittima difesa”. Si tratta di professionisti, dipendenti pubblici, studiosi, tutti più o meno attenti alla vita pubblica, alcuni con esperienza politica o a fianco di politici. Tutti hanno votato “a destra”.
Hanno giudicato il mio commento “corretto e assolutamente condivisibile”. C’è chi ha scritto: “Leggo cose in questi giorni che stravolgono i più elementari principi del diritto. Davvero qualcuno pensa che sia lecito inseguire per strada un rapinatore in fuga e ucciderlo? Io sono per l’applicazione rigorosa della legge. Sono anche contrario a certi benefici penitenziari. Il carcere o è carcere o è altro. Ma sparare per uccidere due malavitosi in fuga non ha nulla a che vedere con la giustizia. È Far West. E non possiamo legittimare il Far West. A quel punto perché non procedere alla immediata impiccagione? Suvvia! lasciamo certe cose a Paesi che il diritto e la giustizia equilibrata non sanno neppure cosa sono”.
C’è stato chi ha ricordato che anche in ordinamenti dove è diffusa la pistola facile, come negli Stati Uniti d’America, questa stessa vicenda si sarebbe conclusa con la medesima condanna che Roggero ha avuto in Italia.
Solo uno ha dimostrato dissenso in un tono che un po’ mi ha stupito, perché non distinguere tra la legittima difesa e l’omicidio di chi ormai ha cessato di offendere, è elementare e costituisce un discrimine che ha il senso della civiltà. Perché comprendere e valutare, ai fini nella pena comminata, il turbamento del soggetto che ha sparato, applicando tutte le possibili attenuanti del caso, è giusto ed i giudici lo hanno fatto, ma non hanno potuto trascurare che, come abbiamo visto dalle immagini diffuse da tutti i telegiornali, l’uccisione dei due malviventi è stata una vera e propria esecuzione che in un paese civile non è ammissibile.
Se ne deduce che obiettivamente i politici di Centrodestra non interpretano interamente chi vota per quell’area che è fatta di persone che credono nello Stato, che rispettano le istituzioni, che sono severissime nei confronti di chi delinque ma non sono disponibili a passare sopra dei principi fondamentali che appartengono alla nostra civiltà giuridica per la quale siamo diversi, come dice giustamente il Generale Vannacci, da persone che appartengono ad un’altra sanguigna cultura.
Ecco dunque emergere chiaramente che la scelta politica di cavalcare “senza se e senza ma” la vicenda Roggero è una operazione elettorale straordinariamente spregiudicata, condivisa da quanti evidentemente considerano normale sparare ad un malvivente in fuga, alle spalle, a terra. Senza pensare agli effetti che questa campagna urlata potrà avere sul Presidente della Repubblica, tirato per la giacca in modo sgradevole e sbagliato, trascurando che potrebbe sconsigliarlo dall’assumere un provvedimento di clemenza in un contesto di pressioni indebite (infatti hanno tutti stanno facendo marcia indietro dopo le prime imprudenti esternazioni) perché la “politica della grazia” deve avere il senso di una decisione che, come ha ricordato lo stesso Presidente Mattarella, richiamando il pensiero del Presidente Einaudi, non può costituire un precedente dubbio.
Si è anche criticato il risarcimento del danno riconosciuto dai giudici agli eredi dei rapinatori, in ragione dell’omicidio e non della legittima difesa. Per cui se il legislatore vorrà intervenire potrà farlo, magari per escluderlo, quando si trattasse di legittima difesa, non di omicidio, perché andrebbe a intaccare un principio giuridico radicato nella nostra cultura.
La storia di Mario Ruggero pone una domanda sulla quale dovremmo riflettere tutti; quanto ci vuole perché una persona per bene faccia qualcosa che mai si sarebbe sognato di fare nella sua vita perché il punto è capire dov’è il confine della legittima difesa che in Italia è stata allargata nel 2019 ed è stata resa più favorevole per chi si difende in casa, nel proprio negozio, sul proprio luogo di lavoro. Ma sempre richiedendo che il pericolo sia attuale, non passato, non temuto.
È un limite invalicabile. Si è detto che quanto hanno qualcosa da dire abbandonino il tono degli indignati del bar per affrontare una questione seria di diritto penale. Perché se una persona ti punta una pistola, se ti terrorizza, se magari non è nemmeno la prima volta che ti succede, in quei secondi hai paura, senti rabbia e se reagisci e spari non sei un mostro se rimani al di qua del confine tra difenderti e andare oltre quel limite che la legge deve tracciare con freddezza.
La legge, i giudici non stanno giudicando Roggero come persona. Stanno giudicando quel singolo gesto, quella singola condotta, quel lasso di tempo da quando la rapina era cessata, i malviventi erano scampati e lui li ha inseguiti.
È l’unico metro in uno Stato che voglia dirsi “di diritto”, uno Stato che si è imposto sin dai primordi della storia dell’umanità, proprio per evitare che ognuno di noi si possa far giustizia da solo. Questo è un principio di civiltà non valicabile.
Ma per ottenerne il rispetto, è essenziale che lo Stato sia in grado di tutelare i propri cittadini nella concreta realtà, e non solo con la declaratoria dei principi.
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