Ceuta travolta, Sánchez lo scopre soltanto dopo l’emergenza
Il premier nega gli allarmi, ma ora promette trasparenza: troppe domande restano senza risposta.
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La versione di Pedro Sánchez sulla tragedia di Ceuta convince poco. Molto poco. Davanti al Congresso dei Deputati, il premier spagnolo ha sostenuto che il governo non ricevette alcun allarme straordinario prima dell’ondata migratoria di fine luglio. Nessuna informazione capace di far prevedere la dimensione dell’emergenza, ha ribadito.
Peccato che, poche ore prima dell’esplosione della crisi, le autorità locali avessero già lanciato segnali pesantissimi. Il presidente di Ceuta, Juan Jesús Vivas, aveva parlato di situazione «di estrema gravità», denunciando un sistema di accoglienza già al collasso e circa 1.500 arrivi nelle due settimane precedenti.
Poi, nel giro di pochissimo tempo, è arrivata la valanga: decine di migliaia di persone hanno tentato di raggiungere l’enclave spagnola dal Marocco. Le stime iniziali hanno oscillato tra 50 e 60 mila ingressi, mentre il bilancio delle vittime ha raggiunto almeno 57 morti.
E qui emerge la prima grande contraddizione politica.
Se davvero Madrid non disponeva di informazioni straordinarie, come è stato possibile che una frontiera strategica dell’Unione europea venisse travolta da un movimento di massa di proporzioni mai viste senza che lo Stato fosse preparato?
La domanda non è ideologica. È una domanda di sicurezza nazionale.
Sánchez oggi sceglie la prudenza nei confronti del Marocco e sostiene di non avere prove che Rabat abbia organizzato o pianificato l’operazione. Una posizione che può essere comprensibile sul piano diplomatico, ma che non può trasformarsi in una scorciatoia per evitare di accertare le responsabilità. Reuters riferisce che un rapporto della polizia spagnola avrebbe rilevato una situazione anomala sul versante marocchino, con forze di sicurezza insufficienti e una insolita passività durante alcune ore cruciali.
Insomma: nessuna prova definitiva non significa nessuna domanda da fare.
E c’è un altro elemento che inquieta. A luglio lo stesso Sánchez aveva definito quanto accaduto a Ceuta un attacco e una violazione dell’integrità territoriale spagnola, attribuendo la responsabilità alle mafie del traffico di esseri umani. Oggi il tono è decisamente più cauto: nessuna accusa al Marocco senza prove.
Benissimo. Ma allora qualcuno dovrà spiegare chi ha fallito nell’anticipare una crisi di queste dimensioni.
Perché se uno Stato non può prevedere un’ondata capace di portare decine di migliaia di persone davanti a una delle sue frontiere più delicate, il problema non è soltanto l’immigrazione. È l’efficienza dell’apparato di sicurezza.
Sánchez ha promesso di pubblicare il dossier completo con i rapporti sulla crisi. È una scelta doverosa, non una concessione alla trasparenza.
E quel dossier dovrà rispondere a una domanda semplicissima: chi sapeva, quando lo sapeva e perché nessuno ha agito prima?
Perché liquidare tutto con «non abbiamo ricevuto allerte» sarebbe troppo comodo. Dopo una frontiera violata, decine di migliaia di ingressi e decine di morti, i cittadini hanno diritto non alle rassicurazioni, ma ai fatti.
E soprattutto hanno diritto a sapere se lo Stato è stato colto di sorpresa oppure se qualcuno ha semplicemente scelto di non vedere arrivare la tempesta.
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