Pio XII e le persecuzioni razziali
Una prudenza silenziosa e operosa.
In evidenza
Il volume di Giovanni Coco, archivista dell’Archivio Apostolico Vaticano (l’ex Archivio Segreto), “Un mosaico di silenzi. Pio XII e la questione ebraica” (Mondadori, collana “Le Scie”, 2025, pp. XVIII-372, € 25,00), è uno studio del quale non potranno fare a meno quanti si proporranno di studiare il ruolo della Santa Sede, e specificamente del Papa Pio XII, in relazione alle drammatiche vicende che, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, ha prodotto la follia nazista e di quanti l’hanno supportata, a danno di milioni di esseri umani e, in particolare, degli ebrei in gran parte dell’Europa. Lo studio, reso possibile dalla disponibilità, assicurata solo di recente ai ricercatori di storia, di consultare integralmente gli archivi del pontificato di Pio XII, aperti a cinque anni dalla pubblicazione, è ricco di riferimenti a documenti, accuratamente selezionati, lettere, appunti su ipotesi di intervento in favore dei perseguitati, essenziali per comprendere come la Santa Sede ha operato, attraverso le personalità di maggiore spicco della Segreteria di Stato, nel suo ruolo di ente centrale della Chiesa e in rapporto alle strutture locali nei paesi dove si consumavano prevaricazioni ed uccisioni di persone di religione ebraica e non solo.
Il volume, aperto da un’ampia prefazione di Andrea Riccardi, si articola in tre parti, di cui la prima copre il periodo 1934-1941. Particolarmente rilevante — e destinata secondo un recensore de “Il Manifesto” ad alimentare nuove discussioni — è la seconda parte, dedicata al dopoguerra: Coco analizza in dettaglio il discorso di Pio XII al Sacro Collegio del 2 giugno 1945, in cui il papa menzionò le persecuzioni naziste come sofferenze patite dalla Chiesa cattolica e dal clero, senza alcun riferimento diretto alla Shoah.
Il titolo, riteniamo di doverlo dire fin d’ora, che evoca “silenzi” che il Papa e la Santa Sede avrebbero serbato a fronte delle stragi operate dal regime nazista nei confronti degli ebrei e non solo, tradisce una narrazione degli eventi che proprio la lettura dei documenti consultati e commentati da Coco dimostrano come la verità storica sia stata piegata da taluno in funzione di una critica al Papa, come dimostra la frase di Papa Pio XII, nella quarta di copertina, a maggio del 1940, quindi all’inizio della guerra: “Noi dovremmo dire parole di fuoco contro simili cose, e solo ci trattiene dal farlo il sapere che renderemmo la condizione di quegli infelici, se parlassimo, ancora più dura”. E come si desume anche dall’attualità delle accorate denunce di Papa Leone XIV sulle sofferenze dei popoli di Palestina e di Ucraina a causa delle guerre che insanguinano quei territori da molti anni. Denunce, e sollecitazioni ai governi coinvolti e alla comunità internazionale, perché scelgano la strada del negoziato per ritrovare le ragioni di una pacifica convivenza in un contesto di pace “giusta e duratura” e di uno sviluppo economico e sociale adeguato agli standard moderni per le popolazioni coinvolte. Denunce e sollecitazioni inascoltate nonostante l’autorità morale del Pontefice, certamente ampiamente riconosciuta, ma non a fini politici dove contano altri rapporti tra le potenze, come fa intendere la celebre frase di Stalin, con la quale il dittatore sovietico chiedeva di sapere di quante divisioni disponesse il papa.
E allora mi sono chiesto quale poteva essere, in un contesto molto diverso dall’odierno, nel quale i mezzi di comunicazione di massa fanno da cassa di risonanza delle parole delle autorità pubbliche, compreso il Pontefice della Chiesa romana, in un tempo nel quale le informazioni erano scarse e dominate dall’autorità pubblica che in nessuna delle nazioni impegnate nel conflitto assicuravano la libertà d’informazione. In un contesto difficile, con la Germania hitleriana che coltiva sentimenti anticattolici, mentre in Italia, nonostante il Concordato del 1929, si vivono tensioni tra il regime fascista e la Chiesa, come riferisce nei suoi diari Gian Galeazzo Ciano, Ministro degli esteri: il 30 luglio 1938 “In seguito al discorso del Papa (Pio XI, n.d.a.), violentemente antirazzista, convoco il Nunzio e lo metto sull’avviso; se si continua su questa strada l’urto è inevitabile perché il Duce considera la questione razziale come fondamentale”. E l’8 agosto “Il Duce È molto montato sulla questione della razza e contro l’Azione cattolica. È violento contro il Papa. Dice: “Io non sottovaluto le sue forze, ma lui non deve sottovalutare la mia. L’esempio del 1931, insegna. Basterebbe un mio cenno per scatenare tutto l’anticlericalismo di questo popolo il quale ha dovuto faticare non poco per ingurgitare un Dio ebreo” (pag. 115). Il 22 agosto difronte ad un “nuovo discorso sgradevole sul nazionalismo esagerato e sul razzismo”, Mussolini convoca Padre Tacchi Venturi e “si propone di dare un ultimatum”: “se il Papa continua a parlare, io gratto la crosta agli italiani e in men che si dica li faccio tornare anticlericali” (pag. 119). Per poi aggiungere: “Sto abituando gli italiani a convincersi che si può fare a meno di un’altra cosa: il Vaticano (p. 123). L’altra “cosa” della quale Mussolini intendeva realmente fare a meno, in questo sollecitato anche da Hitler, era la monarchia, il Re che “non ha mai fatto un gesto impegnativo verso il Regime” (pag. 112).
Naturalmente di questi sentimenti di Mussolini non era a parte solo Ciano, il quale, in quanto il Ministro degli esteri era in contatto quasi quotidiano con il Nunzio apostolico, Francesco Bongoncini Duca, per cercare di limare i contrasti tra regime e Santa Sede, in particolare per quanto concerne il ruolo dell’Azione Cattolica, anche se, osserva Ciano, gli attriti “sono di poco rilievo e facili ad essere circoscritti, se vi sarà buona volontà dalle due parti” (pag. 116).
E allora riprendono quota tutte le preoccupazioni, i dubbi ed i timori del nuovo Papa, Pio XII, e della Segreteria di Stato perché in un conflitto di proporzioni mondiali, che coinvolgeva popoli cristiani con aggressioni crudeli e incontrollate della furia tedesca, sempre più violenta e assurda, c’è da chiedersi se la parola del Papa avrebbe potuto avere un effetto dissuasivo o limitativo delle stragi perpetrate con una crudeltà mai vista prima, posta in opera da una organizzazione criminale che rispondeva a un solo capo in una visione totalitaria e folle del rapporto con gli altri.
Non una parola qualsiasi ma quelle “parole di fuoco” che si chiedevano dal clero locale evidentemente nella convinzione, ma forse è meglio dire nell’illusione, che sarebbero servite a frenare se non a fermare la programmata distruzione di una comunità di credenti identificato in ragione dell’appartenenza ad una stirpe e ad una religione. Perché un giudizio sul “silenzio” che non può essere considerato insensibilità rispetto alla strage, perché le parole di condanna non sono mancate, va rapportato a quanto la Santa Sede ha potuto fare attraverso le autorità religiose locali per assistere e alleviare le sofferenze dei perseguitati, sempre osservando la cautela necessaria per evitare maggiori danni, solo per avere dinanzi alla storia la possibilità di dire abbiamo detto “parole di fuoco”. Un modo che qualcuno avrebbe potuto censurare per gli effetti inevitabilmente deleteri. Come dimostrano le reazioni del dittatore italiano, di gran lunga meno sanguinario rispetto al collega tedesco eppure pronto a vendicarsi del Papa Pio XI che aveva pronunciato un discorso “violentemente antirazzista”.
Il titolo del libro racchiude, dunque, l’idea guida: il silenzio di Pio XII non è un blocco unico, ma un mosaico fatto di tessere frammentate che, se osservate troppo da vicino, appaiono deformate, mentre acquistano senso solo se guardate a distanza. Coco documenta come questo atteggiamento non nascesse dal periodo storico preso in esame, ma da una prassi diplomatica vaticana antica: già nel settembre 1939 il papa aveva espresso simpatia privata per la Polonia invasa, rifiutando però di renderla pubblica, preferendo un comunicato sull’Osservatore Romano — una linea di riservatezza che rifletteva il “principio del silenzio”, strumento consolidato della diplomazia pontificia per preservare l’imparzialità della Santa Sede.
Papa Pacelli non ignorava le atrocità: attraverso la corrispondenza con il gesuita antinazista Lothar König (che già nel 1942 faceva riferimento ad Auschwitz), oltre a minute di discorsi corrette più volte e articoli dell’Osservatore Romano. Coco ricostruisce una rete di informazioni che arrivavano regolarmente al Pontefice. Eppure, durante tutta la guerra Pio XII usò pubblicamente il termine “sterminio” una sola volta, nel 1943, parlando di “costrizioni sterminatrici”.
Il libro esplora le motivazioni del “silenzio”: la prassi diplomatica della neutralità, il timore di ritorsioni contro i cattolici tedeschi e polacchi, senza trascurare di segnalare come in alcuni prelati coinvolti nelle determinazioni della Santa Sede fossero presenti antiche reminiscenze dell’antigiudaismo cristiano. Su quest’ultimo punto in particolare, secondo Coco l’atteggiamento verso gli ebrei fu più refrattario rispetto ad altre situazioni, comprensibile solo se collocato in un contesto storico di lungo periodo.
Il libro ha suscitato reazioni diverse. Andrea Riccardi, nella prefazione, sottolinea il merito di aver indagato con intelligenza e a fondo la questione ebraica, mostrando che i “silenzi” di Pio XII non sono uno solo ma diversi e articolati, inserendo il tema nella più ampia domanda storiografica su “chi fu Pio XII”, questione che tocca la “resistenza al male” come problema morale del Novecento ancora irrisolto. Lo stesso Riccardi, tuttavia, avverte di un rischio strutturale del lavoro: un libro scritto da chi è “a contatto con la fonte” può faticare a fare sintesi o a interpretare, lasciandosi affascinare dalle carte scoperte e dalla voglia di pubblicarle — un’osservazione che suggerisce, pur nell’elogio, un possibile eccesso di erudizione documentaria a scapito della costruzione narrativa.
Un libro che non incontrerà il favore di diversi intellettuali cattolici, segno che il tema resta divisivo.
I punti di forza del libro sono evidenti: si tratta di una ricerca che si fonda su documentazione di prima mano, non su tesi precostituite, e che riesce a superare la sterile contrapposizione — richiamata dallo stesso Riccardi — tra chi definisce Pacelli “papa di Hitler” e chi ne fa “il papa degli ebrei”, restituendo invece un quadro fatto di cause molteplici e stratificate nel tempo. La scelta di risalire alla vicenda polacca del 1939, prima ancora che alla Shoah, è utile perché mostra che il “principio del silenzio” non nasce come reazione specifica alla persecuzione degli ebrei, ma come prassi diplomatica preesistente e più ampia — un elemento che non può essere trascurato dai commentatori delle vicende delle persecuzioni naziste.
Il limite principale, se si segue l’osservazione di Riccardi, è la tenuta della sintesi interpretativa rispetto alla mole documentaria: in un lavoro di quasi 400 pagine costruito su archivi appena aperti, il rischio di un accumulo di materiale che fatica a diventare narrazione coerente è reale, ed è un limite che accompagna spesso i libri scritti “dall’interno” di un archivio.
Nel complesso, “Un mosaico di silenzi” si presenta come un contributo storiograficamente solido e necessario al dibattito su Pio XII, più utile a chi cerca un’analisi documentata e sfaccettata che a chi cerca una tesi netta in un senso o nell’altro — probabilmente proprio per questo capace di scontentare entrambi gli schieramenti tradizionali del dibattito.
Altre Notizie della sezione
Tra “Campo largo” e “Grossa coalizione”
02 Settembre 2026Scenari prossimi venturi.
I partiti sempre in ritardo sui programmi
01 Settembre 2026Programmi improvvisati e promesse senza copertura: i partiti arrivano sempre tardi all’appuntamento con la realtà.
Bagnai promosso, le Casse perdono il controllore
28 Agosto 2026La nomina all’Antitrust apre un vuoto nella Commissione che aveva acceso i riflettori sulle criticità previdenziali.
