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Paola Egonu, l’Italia non è un “Paese” razzista

Gentile Signorina Paola Ogechi Egonu, dissento dalla sua affermazione dal palco dell’Ariston a Sanremo. Non può dire che l’Italia “secondo me è un paese razzista che, però, sta migliorando”.

Paola Egonu, l’Italia non è un “Paese” razzista

Aggiungendo, per un residuo di pudore e forse consapevole di essere andata oltre: “non voglio sembrare polemica e non voglio fare la parte della vittima”. Perché lei, Signorina Egonu, non è una vittima. E le spiego perché. Anche se lo sa bene. In primo luogo perché dire che “un paese è razzista” significa affermare che razzisti sono l’assoluta maggioranza degli appartenenti a quel paese, se non la quasi totalità. Ciò che è smentito dai fatti. Lei, figlia di genitori di nazionalità nigeriana, accolti in Italia, è nata a Cittadella, nel civilissimo Veneto, esercita attività sportive ed ha anche rivestito la maglia azzurra della nazionale di pallavolo. Per il suo contributo alla squadra il Capo dello Stato le ha conferito motu proprio l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana. Per un paese razzista, “che però sta migliorando”, non mi pare poco.

Se fosse stata più attenta, anche se per una persona nota l’occasione di farsi pubblicità è pur sempre ghiotta, avrebbe potuto dire non che il paese è razzista ma che alcuni italiani sono razzisti. E non avrei potuto darle torto. Ovunque nel mondo c’è una percentuale di razzisti. Lo sono i bianchi, lo sono i neri, lo sono i gialli, ovunque in ambienti a maggioranza di un certo ceppo naturale, culturale o religioso è facile siano respinti gli estranei al gruppo. È provato che accade dappertutto, in forme diverse tipiche del paese. Ad esempio avrà certamente sentito delle persecuzioni che insanguinano le comunità cristiane in Africa.

Tuttavia, se avesse maggiormente approfondito la storia di questo nostro Paese, assolutamente doverosa per un cittadino, avrebbe scoperto che l’Italia non ha una storia di razzismo, a partire dall’antica Roma, la prima ad adottare una legge sul diritto di asilo, ad iniziativa di Re Romolo, aperta a tutti, fin dai primi anni di vita della città che ha avuto re di origini latine, sabine, etrusche, e poi imperatori nati in varie province dell’impero, in Africa in Spagna. Roma ha sempre accolto tutti, purché rispettosi delle leggi e dell’identità del popolo romano. Poter dire civis romanus sum era una conquista e un privilegio. Roma e la sua cultura, giuridica e politica, è alle radici della civiltà occidentale ed europea tanto che se ne rivendicano le radici greco-romane e giudaico-cristiane.

Non solo a Roma e nell’impero ma anche successivamente in Italia, qualunque fosse al momento l’ordinamento dello Stato, sono state sempre accolte persone di colore e di religione diversa da quelle della maggioranza degli italiani, senza nessun problema. Ricordo che, da ragazzo, ho a lungo abitato in un quartiere di Roma che si chiama “Africano”, dove le strade, Eritrea, Asmara, Sirte, Somalia, Libia ricordano terre che sono state aggregate alla storia dell’Impero di Roma e allo stato italiano e dove vivevano molti, soprattutto eritrei e somali, già dipendenti, civili e militari, dei governatorati italiani in terra d’Africa. Erano di carnagione scura. Né io né altri lo notavamo, né ci sembrava che fosse qualcosa di estraneo, di diverso rispetto al nostro mondo.

Se, poi, la sua considerazione sull’Italia razzista deriva dalle leggi del 1938, credo che non abbia difficoltà a rendersi conto che quella fu una follia che non apparteneva alla storia e alla cultura italiana, tanto che quelle leggi, quando possibile, furono spesso applicate in modo da creare meno ingiustizie e danni possibili. Ci furono, certo, alcuni compatrioti zelanti, ma è noto che la maggior parte degli italiani era contraria a quelle leggi, a cominciare dal Re d’Italia, che, rispettoso delle regole costituzionali, quelle leggi, promosse dal Governo ed approvate dalle Camere, non avrebbe potuto non promulgare. E, infatti, le ha abrogate appena gli furono restituiti i poteri statutari.

Potrei scrivere ancora molto, anche se penso di aver detto abbastanza e che in cuor suo riconoscerà di essere andata oltre, che questo “Paese”, che noi scriviamo sempre con la iniziale maiuscola, ha accolto i suoi genitori e lei, come probabilmente non sarebbe accaduto altrove nei confronti di un italiano di pelle chiara in un paese dove prevalgono cittadini di altro colore.

Infine, mi consenta di rilevare che approfittare della vetrina di un festival “della canzone italiana” per sparare ad alzo zero sull’Italia e sugli italiani non mi sembra un gesto nobile, anche se non è stata la sola a sfruttare l’occasione per fare “politica” a spese (in senso proprio in quanto quel baraccone molto è costato in termini di denaro pubblico) degli italiani costretti a subire l’esaltazione di opinioni certamente “di parte”. Insomma, ha sfruttato l’occasione ma, a sua volta, è stata “usata” da chi ha voluto che, tra una canzonetta e l’altra, passassero messaggi politici di parte, tutti della stessa parte. È una interpretazione del diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero che non mi convince, in mancanza di quella par condicio della quale si alimenta la democrazia.

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